Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Giustizia
Commenta l'articolo
Inserito il 30-8-2006  
L'intrigo brasiliano
Davide Giacalone


Ai lettori de L’Opinione abbiamo raccontato, assai per tempo, la natura e la trama dell’intreccio fra affari e politica, sviluppatosi dopo la privatizzazione di Telecom Italia. Quell’intreccio dà, adesso, nuovi frutti. Spero, sinceramente, che la notizia che qui riporto sia prontamente smentita dal Ministero degli Esteri, spero dicano subito che le informazioni che ho ricevuto sono sbagliate.

Fin qui si sono dimostrate tutte esatte, fin qui chi ha creduto alle versioni ufficiali ed alle veline di Telecom è caduto in errore, mentre a me è capitato di illustrare quel che veramente era successo. Fin qui è capitato a noi di raccontare, per filo e per segno, le storie di spionaggio ed intercettazioni, salvo assistere, con un paio di anni di ritardo, alla clamorosa “scoperta” di quel che scrivevamo. Adesso, però, per amor di Patria, spero di essere smentito.

Su Panorama si legge che l’indagine circa le faccende brasiliane di Telecom Italia è stata riaperta, seguendo la traccia di presunti fondi neri. Credo sarebbe più esatto dire che quell’indagine si apre, giacché fin qui nessuno ha mai seriamente indagato su nulla.

In quanto ai fondi neri, ho già documentato che in investimenti come Globo.com o Crt lo spasmodico desiderio degli uomini Telecom di gettare quattrini dalla finestra trova scarse giustificazioni logiche, salvo che qualcuno non li raccogliesse a piano terra.

Nel mentre, dunque, con anni di ritardo rispetto alle nostre denunce, l’indagine si riavvierebbe, capita che in Brasile ci sia un cittadino italiano, Piero Marini Garavini, che da molto tempo s’incaponisce a presentare denunce formali, sostenendo che il comportamento di Telecom Italia è improntato al malaffare.

Volendo far giungere le sue denunce alla Corte di Strasburgo, Garavini si era rivolto alle nostre autorità diplomatiche, in Brasile, avendone la documentata impressione che il Consolato Generale a San Paolo si sia adoperato, più che altro, per tutto insabbiare.

Non tocca a noi stabilire se le denunce di Garavini rispondono al vero (e temo che sia così), ma una volta fatte vanno prese in considerazione, se consegnate alle nostre rappresentanze all’estero devono essere inoltrate, come la legge prevede.

Per superare l’ostruzionismo Garavini si rivolge ai magistrati brasiliani. E’ appena il caso di ricordare che le faccende di Telecom Italia sono, in Brasile, da tempo all’attenzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e della magistratura.

In sede parlamentare si sono svolti scontri furiosi, e sono emerse cose di cui la stampa italiana ha deciso di tacere. Strano, non vi pare?

Comunque, è la giustizia brasiliana ad intimare ad un paio di nostri diplomatici di presentarsi. Non ottenendo, dagli italiani, risposte accettabili, i magistrati si rivolgono al proprio governo, come prevede la legge, chiedendo un intervento sul governo italiano affinché giunga sollecitamente una risposta appropriata.

E qui avviene qualche cosa di clamoroso, perché la nostra Ambasciata in Brasile, rivolgendosi, lo scorso luglio, appunto al Ministero degli Esteri brasiliano, da una parte ribadisce il rifiuto di ogni collaborazione, ma, in conclusione, chiede, per iscritto, che qualcuno intervenga sul giudice, per fermarlo.

E’ una cosa gravissima, e non solo perché denuncia un certo analfabetismo giuridico, ignorando che nessun governo di Paese civile può intervenire sui propri magistrati per dire loro di non indagare sugli amici (o no?).

Oltre tutto si tratta di un documento non firmato, trasmesso ma privo di valore, vi si parla di giustizia civile, mentre il magistrato che ha inviato l’intimazione è penale, e si accampa una scusa formale (il cessato servizio) per negare l’audizione del funzionario.

Ora, dunque, si tratta di stabilire se ci si trova davanti ad un falso, elaborato per infangare l’Italia, oppure ad un monumento alla reticenza. Nel primo caso si cerchino i criminali che fanno uso della nostra carta intestata, nel secondo … bé, nel secondo la faccenda è davvero grave.

Il nostro Ministero ci dica che il documento che abbiamo letto è un falso, oppure il magistrato italiano lo introduca nella sua inchiesta. Quella che deve ancora cominciare, quella che deve ancora chiarire come è stato possibile che una società come Telecom Italia, con grave danno dei suoi azionisti e risparmiatori, abbia potuto condursi in quel modo nei propri investimenti all’estero.

Il tutto, magari, un tantinello prima che ci si dica: peccato, i presunti reati sono prescritti, avremmo dovuto saperlo prima.


Dal sito www.davidegiacalone.it