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Inserito il 3-9-2006  
Sudan. Una missione Onu, anzi due
Anna Bono


Il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato, con 12 voti a favore e tre astensioni, l'invio di una forza internazionale di pace in Darfur, la regione occidentale del Sudan sconvolta da una guerra civile che dal 2003 ha provocato decine di migliaia di morti e di profughi e più di due milioni di sfollati. Ad astenersi sono stati il Qatar, unico Paese arabo attualmente membro del Consiglio, e due membri permanenti, la Russia e la Repubblica Popolare Cinese.

La risoluzione recepisce con alcune modifiche una bozza proposta nelle scorse settimane da Stati Uniti e Gran Bretagna e prevede la creazione di una forza d'intervento di circa 13.000 unità, che dovrebbe sostituirsi ai 7.700 militari dell'Unione Africana il cui mandato scadrà alla fine di dicembre.

Altri 10.000 caschi blu sono già impegnati in Sudan, ma sul fronte meridionale: si tratta della missione Unmis, incaricata di vigilare sul rispetto dell'accordo di pace firmato all'inizio del 2005 dal governo di Khartoum e dall'Spla, il movimento armato che per 20 anni ha combattuto per la secessione del sud Sudan e che ora lo amministra in attesa del referendum con cui la popolazione, tra cinque anni, deciderà se separarsi dal resto del Paese o continuare a farne parte.

Il dispiegamento effettivo della missione Onu in Sudan non sarà però immediato come nel caso del Libano. Occorre infatti l'accettazione della risoluzione da parte del governo sudanese, il quale finora l'ha negata optando invece per un'estensione della missione dell'Unione Africana oppure per l'invio di 10.000 militari sudanesi: due eventualità ugualmente inauspicabili.

Le truppe africane - la prima missione del genere intrapresa dall'organismo panafricano fondato nel 2002 - non hanno dato buona prova, non ultimo per mancanza di sufficienti supporti tecnologici. Inoltre già a luglio l'Unione Africana ha annunciato di essere in grado di finanziare la missione solo fino a metà ottobre, malgrado i diversi contributi forniti dalle Nazioni Unite e dall'Unione Europea, l'ultimo per un ammontare di 160 milioni di euro.

La prospettiva di impiegare delle truppe sudanesi per porre fine alla guerra suscita delle perplessità ancora maggiori perché tutto induce a ritenere che Khartoum sostenga finanziariamente e militarmente una delle parti contendenti, le popolazioni di origine araba e le loro milizie janjaweed che infieriscono da anni sulle etnie autoctone, depredandone e distruggendone le proprietà: proprio l'appoggio governativo avrebbe provocato all'inizio del 2003 l'inasprimento di un conflitto endemico trasformandolo in una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta.

Non è che l'invio di caschi blu renda le prospettive del Darfur molto più rosee.

L'incapacità delle Nazioni Unite nel gestire i conflitti, almeno quelli africani e soprattutto quelli a carattere etnico, è praticamente un dato di fatto. I due esempi più drammatici sono il Rwanda e la Somalia.

In Rwanda, nel 1994, la missione Unamir asserragliata nella capitale Kigali assistette impotente al massacro di oltre 900.000 civili, in prevalenza di etnia Tutsi, da parte dell'etnia maggioritaria Hutu, poi sconfitta da milizie Tutsi addestrate in Uganda, che pareggiarono il conto con un'altra carneficina di cui non è mai stata quantificata l'entità.

Da allora un Tribunale speciale delle Nazioni Unite avrebbe almeno dovuto fare giustizia dei principali responsabili del tentato genocidio, ma ha mancato anche questo obiettivo: al costo di 100 milioni di dollari all'anno, finora ha emesso meno di 30 sentenze.

Quanto alla missione in Somalia, la Unosom, attivata nel 1992 poco dopo la caduta del dittatore Siad Barre e l'inizio del feroce scontro tra clan tuttora in corso, rappresenta uno dei peggiori fallimenti dei caschi blu.

Se in Rwanda l'errore fu non inviare tempestivamente rinforzi alla missione esistente, la Unsom non mancava di risorse e di mezzi. Era partita per assicurare aiuti umanitari alla popolazione, cercò di disarmare i «signori della guerra», ma ripartì sconfitta, dopo una serie di errori che meritarono all'ammiraglio americano Howe che la dirigeva il soprannome di «Animal Howe».


Dal sito www.ragionpolitica.it