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Inserito il 8-9-2006  
I fiaschi del multilateralismo: Così Beshir approfitta del vuoto di potere internazionale in Darfur.
Editoriale


In visita a Hosni Mubarak al Cairo, il segretario dell’Onu, Kofi Annan, ha lanciato un nuovo allarme contro la catastrofe umanitaria in Darfur: “Con il suo ‘no’ ai Caschi blu il governo di Khartoum metterà in pericolo la vita di 3 milioni di civili. Se la crisi umanitaria dovesse precipitare, il governo sudanese dovrà assumersene la responsabilità e risponderne di fronte al resto del mondo”.

Il portavoce della missione onusiana in Darfur ha ribadito ieri il pericolo di un “vuoto nella regione”, poche ore prima che fosse ritrovato nella capitale del Sudan il corpo – decapitato e con le mani e i piedi legati – del direttore di un quotidiano sudanese rapito due giorni fa.

Era tanto tempo che a Khartoum non si verificavano rapimenti del genere, ma la crisi in Darfur riapre molte cicatrici, soprattutto ora che il presidente, Omar al Beshir, ha rifiutato la presenza di 22.600 Caschi blu, deliberata il 31 agosto dal Consiglio di sicurezza a protezione dei civili dalle incursioni dei Janjaweed (200 mila morti e 2,5 milioni di sfollati in tre anni), e l’Unione africana (Ua) ha deciso di ritirarsi alla fine del suo mandato, il 30 settembre.

L’intransigenza del regime sudanese mette in pericolo un intervento sul Sudan che il presidente americano, George W. Bush, ha sviluppato subito dopo l’11 settembre all’insegna del più corretto multilateralismo con l’Onu e con l’Unione europea, rifuggendo dalla logica dell’intervento militare.

Smentendo le analisi della sinistra europea e anche la politica “muscolare” dell’Amministrazione Clinton – che bombardò per due giorni, con risultati risibili, Khartoum dopo gli attentati del 1998 in Kenya e Tanzania – Bush ha sempre agito in Sudan in raccordo stretto con le istituzioni internazionali, puntando soprattutto sulla forza di persuasione degli incentivi economici.

E’ stata un’esperienza quinquennale, incentrata sul multilateralismo – che non è certo una “scoperta” odierna dell’Amministrazione americana – e oggi in grande difficoltà. Il Sudan è uno dei centri principali del fondamentalismo e del terrorismo islamico.

Il regime militare al potere dal 30 giugno 1989 nacque per imporre la sharia anche alle popolazioni cristiane e animiste (scatenando così una guerra civile), è stato spalleggiato dai Fratelli musulmani e dal fondamentalista Hassan al Turabi, ha ospitato Osama bin Laden, si è alleato con Saddam Hussein e ha anche tentato di costruire una sua “internazionale fondamentalista”.

Subito dopo l’attacco alle torri gemelle, Bush ha impegnato la sua Amministrazione nel tentativo di sganciare il Sudan dal fronte fondamentalista, conseguendo anche grandi successi.

Il suo inviato John Danforth giunse a Khartoum l’11 novembre 2001 e il 9 gennaio 2005 riuscì a concludere, in un quadro di multilateralismo “forte” (l’Italia partecipò all’iniziativa col sottosegretario Alfredo Mantica), un accordo di pace che chiuse la guerra civile sudanese che ha fatto più di un milione di morti.

Con la stessa strategia Bush ha affrontato la crisi scoppiata nel 2003 in Darfur, in cui i “cavalieri del diavolo che sparano col kalashnikov” – i Janjaweed – massacrano i contadini Four, non arabi, ma musulmani. E’ un conflitto etnico – gli arabi Janjaweed sono gli eredi delle bande schiaviste – manovrato da generali fondamentalisti, cui si contrappone la Sudan Liberation Army (Sla/m) di Abdel Wahid Nur e la Jem di Khalil Ibrahim Muhammar, che difendono i Four e che si sono alleati con la Spla di John Garang, che guidò i cristiani durante la guerra civile.

La fine del mandato dell’Unione africana
 
L’intervento multilaterale ha prodotto l’invio di un corpo di spedizione dell’Ua (ma finanziato da America ed Europa) e un accordo di pace, siglato ad Abuja il 5 maggio con lo Sla, rifiutato però da una parte dello Sla/m e dalla Jem.

Ma i massacri dei Janjaweed non si fermano. Per bloccarli l’ambasciatore americano all’Onu, John Bolton, è riuscito a convincere la Cina, che protegge per ragioni petrolifere al Beshir, a togliere il veto alla risoluzione che invia in Darfur i Caschi blu, e prescrive l’arresto per i responsabili di “crimini contro l’umanità”.

Come per la questione del nucleare iraniano, però, Pechino e Mosca non vogliono troppe pressioni sul Sudan, nonostante la reazione feroce di Beshir: “Non daremo mai il Darfur a forze internazionali – ha detto il presidente – che troveranno là il loro cimitero, siamo determinati a vincere qualsiasi forza straniera che entrerà nel paese, come Hezbollah ha vinto le truppe israeliane”, in piena sintonia con la direttiva di al Qaida che il 23 maggio ha invitato i musulmani a “prepararsi a una guerra di lunga durata nel Darfur”.

 A fronte di questa reazione, Bush continua nel suo approccio multilaterale, chiede un’intervento deciso e – dopo avere ricevuto il leader della Sla – ora tenta un incontro diretto con Beshir a New York, in occasione dell’assemblea dell’Onu.


Il Foglio del 7 settembre 2006