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Inserito il 13-9-2006  
Un giorno in mare sul barcone che porta armi a Hezbollah
Francesco Ruggeri


«Grazie Europa, grazie Italia. Siete nostri alleati: impedite a Israele di colpirci, permettendoci di rialzare la testa. E il bastone che non ti spezza la schiena ti rende più forte». Il militante di Hezbollah avvicinato nel quartiere sciita di Beirut, all'uscita da un mega raduno per la ricorrenza di Al Mahdi, è troppo giovane per non esser sincero. Il cuore gli trabocca d'orgoglio, mentre parla senza filtro dello sbarco dei caschi blu, giudicandoli alla stregua di «utili idioti».

Dovrebbe delegare al capozona, tuttavia l'entusiasmo lo tradisce. Ed ecco balenare inaspettata dalle sue parole l'ipotesi paradossale, che rischia di vanificare sul nascere l'operazione Leontes: con la rimozione del blocco navale e aereo israeliano sulle frontiere libanesi, ultimata entro giovedì, i miliziani di Nasrallah starebbero tornando al passatempo favorito, l'import di armi dall'estero.

Con una differenza fondamentale rispetto al passato. I rischi di incappare in un attacco mirato della Israel defense force o della marina di Gerusalemme erano infatti seri e costanti. Dribblare adesso la forza navale dell'Unifìl, un'impresa da poco.

Bombe israeliane

Basterebbe scegliere un porticciolo defilato tra le centinaia che punteggiano la costa libanese, bersagliati non a caso dalle bombe israeliane, e il gioco sarebbe fatto. Di soldati, europei o libanesi, neanche l'ombra. Quindi qualche ora di navigazione sotto mentite spoglie, magari nottetempo, per trasbordare in piena sicurezza un fresco carico di katyusha o di missili anticarro oltre la dead-line super sorvegliata del fiume Litani.

O viceversa per occultare il grosso dell'arsenale superstite lontano dal fronte. Pronti per un futuro uso in territorio ebraico o, se necessario, contro i contingenti occidentali.

Ammesso che tutto ciò sia vero, anche solo in parte, si materializzerebbe d'un tratto uno scenario da incubo. Anzitutto per la missione italiana, frutto di una decisione un po' precipitosa, come ormai dichiara l'opposizione.

Ma come fare per appurarlo con certezza? Non c'è che un modo. Sperimentare di persona la proporzione pericolo/controlli nel corso di un viaggio reale. Noi di Libero ci abbiamo provato, e quello che segue ne è il sorprendente resoconto.

Cammello marino

Ore 8.30, porto di Usai, estrema periferia di Beirut. Proprio al confine con una delle piste secondarie dell'aeroporto internazionale. Il "capitano" Jahjah molla gli ormeggi e dà fuoco (alla lettera) alle polveri di un malconcio motore diesel senza marca, tenuto insieme con lo scotch e il fil di ferro. Il legno mezzo fradicio del suo barcone, la "Saida" o Cammello, imbocca lentamente il deserto di acqua che si stende a perdita d'occhio appena aldilà del muretto frangiflutti. Sbuffando e tremando come una locomotiva del vecchio west.

Sembra debba esplodere o rovesciarsi a ogni minima parvenza di maroso, non fosse che è fatta di cedro, la mitica e inaffondabile qualità di legno per cui il Libano va giustamente famoso. Tremila anni fa rese le navi fenice padrone del Mediterraneo. Oggi sarebbe in grado di reggere carichi meno nobili, quali i razzi semoventi a corto raggio di fabbricazione russa o iraniana che hanno messo in crisi l'esercito di Israele.

Si parte da una raffazzonata banchina, al riparo da occhi indiscreti. La vecchia guardiola risulta abbandonata, al contrario di alcuni tronchi conficcati chissà come al largo, su cui altrettanti pescatori sembrano fare da palo per evitare sorprese ai colleghi.

Jahjah non indossa livree o cappelli d'ordinanza, solo una maglietta strappata dal vento, e tutto il suo equipaggio è composto dal figlio grande Mohammed. Ma si capisce subito che è un lupo di mare. Laureato all'università della miseria e specializzato in pesca per necessità. Appena qualche settimana fa, nel pieno del conflitto, i cannoni di Tsahal hanno affondato l'altro barcone di .sua proprietà mentre era ancorato proprio qui. Ci tiene a mostrare i pezzi del relitto, conservati a mo' di prova.

L'odio

I soldati con la stella di David non gli sono mai andati molto a genio. Tra loro e gli Hezbollah dichiara fiero di aver sempre scelto i secondi. Eppure, con l'innocenza di un bambino, si domanda perché sia toccata proprio lui. Poi fa intuire che se gli venisse chiesto di dare una mano ai patrioti della resistenza, oggi più che mai sia lui che il figlio saprebbero da che parte stare. Specie dopo un mese di mancati guadagni a causa delle chiazze di petrolio che ristagnano nella baia.

D'altronde il Libano è un Paese relativamente piccolo, da capo a capo 200 chilometri. Il viaggio da Beirut a Sidone (due ore e trenta) costa a noi come a un ipotetico committente la ridicola cifra di 100 dollari, di cui 30 per la benzina. Che per Sour (Tiro) salgono a 300. A conti fatti, la spesa per portare un carico dalle acque territoriali siriane fino al sud del Libano si potrebbe quantificare in 900.000 lire libanesi (500 euro). Ne vale ampiamente la pena.

Questi pescherecci somigliano a delle chiatte molto capienti, e al coperto di un telone impermeabile, navigando sottovento a poche miglia dalla terraferma, si può nascondere di tutto.

Flotta inutile

Senza nemmeno bisogno di smontare la mercanzia: un katyusha è alto meno di un bambino e una intera batteria sta comodamente su qualsiasi pick up. Quanto poi all'armada navale alleata, resta innocua alla fonda nel porto di Tiro, o al limite nella rada circostante.

E anche volendo, 15 unità navali senza comando unificato, di cui due ingombranti portaerei, non riescono certo a monitorare in tempo reale la miriade di attracchi e di rotte sottocosta utilizzati giorno e notte da decine di migliala di pescatori libanesi.

Gente tosta, e per giunta di una categoria da sempre iperpoliticizzata. Fu loro lo sciopero a oltranza che dette il via alla guerra civile del 1975. E giusto qualche giorno addietro in rappresentanza di 9000 famiglie hanno inscenato sui pontili di Tiro un caldissimo sit in per la rimozione del blocco israeliano, che gli ha appunto impedito di uscire in mare per quasi sessanta giorni.

Comunque sia, almeno i natanti della marina italiana è previsto che restino in Libano soltanto fino a novembre, prima di far ritorno alla base di Brindisi. Forse per una questione di soldi: la Garibaldi costa 3 milioni al mese, la corvetta Fenice e le navi anfibie San Giorgio, San Giusto e San Marco altri 4; sommando i relativi aeromobili s'arriva a 25 milioni mensili.

Cavallo di Troia

Mica male per uno sbarco lumaca pensato come uno scenografico spot in chiave politico televisiva, prima del clamoroso flop. Chi controllerà allora la natura dei traffici ad esempio nei porticcioli della capitale, da Juni ad Al Manara, dove il faro distrutto da Israele è già stato riparato?

Sempre che Hezbollah non preferisca operare direttamente coi container del porto principale di Beirut, o coi cargo dell'aeroporto internazionale, dove malgrado i proclami, di divise europee non si nota la presenza.

Le spedizioni con gli aiuti per le vittime della guerra potrebbero fungere da ulteriore cavallo di Troia. Come già avvenne per i vettori arabi che facevano la spola per via aerea o marittima con l'area terremotata iraniana di Bam. Usati da Damasco e Tehran per armare la prima volta gli Hezbollah.


Libero del 12 settembre 2006