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Inserito il 13-9-2006  
“Forza ONU” e le missioni silenziose
Gianandrea Gaiani


Ci mancavano solo i pacifisti con il casco blu per fare da contorno alla partenza delle truppe italiane per l’ennesima “missione di pace”. Lo striscione che ha aperto la marcia di Assisi rappresenta la sintesi perfetta dell’Italia dell’Unione che invia i militari sotto le bandiere dell’ONU in una missione confusa nei compiti e negli obiettivi riuscendo però a mettere la sordina a ogni forma di critica e contestazione.
 
Sono persino sparite da giardini, finestre e balconi le bandiere della pace, ormai sbiadite dopo tre anni di esposizione alle intemperie. A dire il vero le parate di buonismo e retorica, tracimanti dalle dirette televisive che hanno commentato la sbarco a Tiro delle nostre truppe, non sono poi molto diverse da quelle a cui ci aveva abituato anche il governo Berlusconi nel tentativo di presentare al meglio le missioni a Kabul e Nassiryah,  ovviamente “di pace”, anche se all’epoca le voci di dissenso si erano udite molto forte. 

Bisogna riconoscere però che il governo di centro-sinistra e soprattutto il ministro della Difesa, Arturo Parisi, stanno rivelandosi  imbattibili nel far calare un pesante velo di silenzio sulle missioni militari. 

Da tre mesi è impossibile avere notizie ufficiali dai nostri contingenti in Iraq e Afghanistan, né ai giornalisti è più consentito imbarcarsi sui voli militari per seguire le attività delle truppe.

Sia chiaro, non abbiamo mai avuto nulla di paragonabile ai giornalisti “embedded” anglo-americani che seguono i militari anche in combattimento; l’Italia delle missioni “di pace” non ha mai previsto questa figura, peraltro tanto criticata a sinistra. I giornalisti sono sempre stati ospiti dei contingenti e ad essi è da tempo preclusa la possibilità di seguire le attività operative aggregati ai reparti, escluse ovviamente quelle umanitarie che hanno appunto il sapore “di pace”. 

Da quando governa l’Unione le cose sono ulteriormente peggiorate: non ci sono più possibilità per la stampa di raggiungere i contingenti né di ottenere informazioni dai loro portavoce e addetti stampa che non possono fornire notizie come hanno sempre fatto senza una preventiva autorizzazione da Roma.

Al di là del paradosso di un addetto stampa non autorizzato a parlare con i media, il blocco alla comunicazione militare rappresenta un grave problema per le Forze Armate, per gli organi d’informazione e per l’opinione pubblica.

Se i militari non possono parlare tante problematiche legate alle difficili condizioni della Difesa italiana o alle complesse operazioni in corso non emergono o emergono con minore enfasi, a vantaggio del governo che dovrà fornire meno spiegazioni ma in spregio all’opinione pubblica.

Una situazione confermata anche nella missione in Libano alla quale i giornalisti non hanno potuto accreditarsi per seguire e raccontare le fasi d’avvio dell’operazione “Leonte”.

Per la prima volta nessun giornalista è stato accettato a bordo delle navi né al seguito dei reparti come accadde invece all’inizio delle missioni in Afghanistan e Iraq. Esemplare e chiarificatrice a questo proposito la critica espressa sul quotidiano l’Unità dal generale Angioni, ex comandante delle truppe italiane in Libano ed ex senatore dei DS.

Paradossale dover spiegare proprio a quanti denunciavano il “regime mediatico” belusconiano che le missioni militari vengono pagate dai cittadini-contribuenti e a questi in democrazia occorre rendere conto anche attraverso i media che liberamente devono poter vedere e raccontare quanto accade.

A onor del vero anche il governo Berlusconi attuò una politica restrittiva nei confronti dei media sospendendo per alcuni mesi la possibilità di raggiungere il contingente in Iraq. Un’iniziativa limitata al solo teatro iracheno, che la nostra e altre testate non esitarono a criticare apertamente e che il governo allora giustificò con ragioni di sicurezza  dopo il sequestro di Giuliana Sgrena. 

Oggi le figuracce rimediate in pochi mesi dal governo Prodi proprio sul fronte delle missioni all’estero spiegano, ma certo non giustificano, un simile atteggiamento che non fa onore né alle Forze Armate né a un centro-sinistra che ama definirsi libertario e riformista.

Con la fuga dall’Iraq della neo istituita missione civile e poi con la comica sulla partecipazione italiana alle operazioni belliche in Afghanistan, smentita da Parisi e confermata dal suo collega afghano (il ministro Wardak) davanti a un gruppo di parlamentari italiani, è più che comprensibile che al Ministero della Difesa si punti ad abbassare i riflettori per ridurre il rischio di esposizione mediatica.

Un’azione messa a punto forse ricordando che il governo di centro-destra ebbe i suoi maggiori problemi proprio dalle missioni oltremare ma vale la pena ricordare che già nel 1999, con Massimo D’Alema premier, i jet italiani bombardarono per settimane Serbia e Kosovo mentre il governo di centro-sinistra negava le azioni offensive definendo le missioni dell’Aeronautica “difesa attiva”.
 
L’attuale politica di comunicazione è destinata peraltro a ottenere effetti negativi sia perché rafforzerà presso i media e i cittadini il clima di diffidenza nei confronti della comunicazione istituzionale e soprattutto militare, sia perché in un paese dove possono essere intercettati persino i telefoni dei dirigenti dell’intelligence è ovvio che eventuali segreti non sono destinati a restare tali a lungo provocando poi  forti imbarazzi a chi detiene il potere politico.

Il nuovo corso della comunicazione della Difesa ha già mostrato infatti tutti i suoi limiti in seguito alla vicenda dei militari rimasti feriti in un incendio scoppiato all’ospedale da campo italiano nella base di Camp Mittica, in Iraq, il 21 luglio. Un incidente del quale non è stata informata la stampa ma che la Difesa ha dovuto confermare il 1° settembre, non senza imbarazzi, dopo che la notizia era apparsa su alcuni quotidiani.


Dal sito www.analisidifesa.it