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Inserito il 13-9-2006  
Gli italiani ancora in Libano
Intervista di Laura Lodigiani all'on. Lelio Lagorio


Gli avvenimenti di questi giorni in medioriente sembrano dare ragione alle teorie vichiane sui corsi e ricorsi della storia. Lei nel 1982 era ministro della difesa e predispose il nostro primo intervento militare in Libano. Quali secondo lei le analogie e le differenze fra allora e oggi ?  

Rispetto agli Anni Ottanta la situazione nella regione è differente, differente è la motivazione politica della spedizione militare, differente è il contesto culturale in cui avvengono le scelte odierne. Negli Anni Ottanta le spedizioni militari furono definite “una nuova Crimea”, decisioni prese nel segno di un risveglio risorgimentale di stampo cavouriano, oggi di Crimea non si può davvero parlare.

Che vanno a fare oggi in Libano i nostri soldati? Non a garantire una pace o un armistizio, ma solo una tregua, una di quelle pause che sul campo di battaglia i contendenti concordano di tanto in tanto per raccogliere i feriti e rimarginare qualche guaio in attesa di riprendere le ostilità, insomma uno di quei patti che raffreddano la febbre alta del malato ma non curano la malattia.

Le cause del conflitto infatti non sono state rimosse. La guerra può dunque riaccendersi in qualsiasi momento e mettere a rischio i nostri uomini che non sono attrezzati per uno scontro.

Chi sono i contendenti? Non due Stati (Israele e Libano) ma Israele e una organizzazione politico-militare (Hezbollah) che ha, sì, una presenza istituzionale nel suo Paese ma ha un esercito proprio, alleati propri (Iran e Siria) e uno scopo suo, quello di estirpare Israele dal Medio Oriente.

Tale quadro muta con l’arrivo delle nostre truppe e con le regole di comportamento che l’ONU ha fissato? Purtroppo no. Visto che l’ONU ha vietato al suo corpo di spedizione di usare la forza, non si vede infatti chi potrà mai costringere Hezbollah a disarmare e rinunciare al suo progetto di distruggere Israele.

Ci sono dunque margini di incertezza pericolosi, c’è un fondo di ambiguità nella spedizione che può essere foriero di grosse complicazioni.

Negli Anni Ottanta non era così. Quando andammo nel Sinai e nel Mar Rosso ci eravamo prefissi un compito ben definito: garantire la calma sulla frontiera di due Stati (Israele ed Egitto) che avevano siglato un trattato di pace. E così fu.

Quando andammo in Libano avevamo un obiettivo altrettanto chiaro: liberare le milizie di Arafat dall’assedio dell’esercito israeliano, proteggere i profughi palestinesi a Beirut e irrobustire l’autorità del legittimo governo libanese. E così fu, almeno per due anni, fino al momento in cui Hezbollah dette fuoco alle polveri e il Paese sprofondò nella guerra civile.

On Lagorio nell'ottantadue lei decise la nostra partecipazione con Francia e USA nell'intervento in Libano ma alla missione l'Italia partecipò alla pari con le altre forze (per la prima volta dalla fine dell'ultima guerra mondiale ), ultima a lasciare la postazione a missione compiuta ed inoltre respondsable dell'area più vasta e delicata del territorio che comprendevano i campi palestinesi. Una decisione non facile dato tutte le premesse e in un paese sempre politicamente restio ad interventi militari. 

Sul piano strettamente militare i nostri uomini, negli Anni Ottanta, innalzavano il tricolore e obbedivano al quartiere generale italiano stabilito a Roma. La catena di comando era scarna e funzionò.

Oggi il comando supremo sta a New York nel palazzo dell’ONU dove gli eterni compromessi e intrighi del Palazzo di Vetro hanno sempre reso debolissima, lenta e incerta la mano militare delle Nazioni Unite.

Non è una situazione rassicurante per i nostri soldati. Sono certo che gli Stati Maggiori italiani sono i primi a saperlo e confido che ne rendano edotto il ministro della Difesa in modo da evitare sorprese.

 L’ambiguità della spedizione sta anche nella ambiguità che ha contraddistinto la decisione di promuoverla. Sono due infatti i moventi: uno, prevalente, è dare una lezione a Israele, l’altro, minoritario, è difendere l’integrità di Israele.

Siccome la situazione potrebbe presto deteriorarsi ed esplodere in una ripresa delle ostilità, sarebbe bene sapere quale dei due moventi sarà quello che ispirerà la condotta del nostro governo. La certezza sui fini della nostra missione è una condizione di sicurezza per i nostri soldati.

In tutta questa complessa situazione è piuttosto imbarazzante il trionfalismo di certi circoli governativi: “Siamo stati i primi”, “Siamo finalmente protagonisti mondiali” etc. A parte il provincialismo di tali proposizioni, restano due domande: “primi” perché e “protagonisti” in nome di che?

Negli Anni Ottanta c’era una filosofia che guidava le nostre iniziative militari (l’Italia come potenza regionale) e c’era una politica che portava le forze armate alla ribalta del Paese e ne rafforzava le strutture e la capacità di lotta. Oggi non si sa.

In attesa di uno showdown fra le tesi contrapposte, prevale il “buonismo”, prevalgono cioè le dichiarazioni di buona volontà, ma – si sa – le buone intenzioni lastricano le vie dell’inferno. Se c’è solo il “buonismo” a ispirarci, noi scherziamo col fuoco.

Lei allora ha iniziato con successo una politica militare di potenza regionale mediterranea proseguita nel tempo ma su cui non si sono più riscontrati seri investimenti .  Saremo in grado oggi di predisporre e sostenere un contingente adeguato?

Siamo certi che i nostri soldati faranno bene. E auguriamo a tutti di farcela. Ma sarebbe assurdo nasconderci che la Difesa italiana, ridotta ormai al lumicino, misera cenerentola del governo, non è in grado di sopportare in modo adeguato uno sforzo prolungato. Duole che un Paese si addossi delle responsabilità militari in campo internazionale senza disporre delle risorse necessarie per poterle affrontare con sicurezza.

Un alternativa più consona alla nostra attuale situazione ?

C’era un’alternativa alle scelte del governo? Sì. Non era indispensabile fare i primi della classe, bastava assecondare l’ONU e partecipare alla sua spedizione con un contingente militare poco esposto, mostrare bandiera in modo simbolico per ribadire la nostra solidarietà. Gran Bretagna e Germania, che non sono nazioni da poco in Europa, si sono comportate così.

E se si voleva marcare una ripresa di protagonismo italiano, benissimo, molta iniziativa politica e servizi di intelligence, senza dimenticare che in questo caso bisognava dare importanza ad una ripresa della nostra capacità militare. In campo internazionale, senza forza non c’è politica.