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Inserito il 15-9-2006  
Romao Tse Tung
Marcello Veneziani


La Cina è la dittatura più sanguinaria della storia, il premier e i suoi vanno a omaggiarla in cerca d'affari.

Oggi Prodi e mille proditoii sbarcano in Cina. Una delegazione sovrappopolata come il Paese che va a visitare, porta l'ossequio dell'Italia alla repubblica impopolare cinese, il più grande Paese al mondo in fatto di pena di morte, prigione per i dissidenti, abolizione della libertà di stampa, aborti di massa, uccisione di cani e gatti, esperimenti barbari, inquinamento ambientale. Ma non solo.

La Cina è il Paese che conta più vittime di un regime che la storia ricordi, il comunismo più sanguinario del mondo in un Paese che ancora si definisce a suo modo comunista; l'unico Paese al mondo dove una rivoluzione culturale è costata qualche milione di morti uccisi e infine il Paese che è riuscito a sradicare una civiltà, quella tibetana, e a perseguitare tutte le altre religioni e tradizioni capitate a tiro, cattolici inclusi.

La Cina è il Paese in cui la favola dei comunisti che mangiavano i bambini si è fatta storia. Gli ultimi studenti uccisi in piazza furono a Tienanmen, e Mao non c'era più da un pezzo. Nel confronto con gli stermini cinesi, la rivolta d'Ungheria e i massacri di Stalin sembrano espressioni moderate.

A dar loro l'indulgenza intervenne il cinico Andreottì quando osservò che i cinesi sono un miliardo di formiche, dunque è comprensibile che i massacri avvengano in quelle proporzioni: come dire che uccidere una persona a Napoli sovrappopolata è infinitamente meno grave che ucciderla a Talamone che ha 250 abitanti. La vita umana è questione di densità e i cinesi vanno via come le patatine, una tira l'altra.

Con questi esaltanti presupposti e con la forte minaccia economica ai mercati occidentali, l'eroe dei due mondi, quello comunista e quello democristiano, insomma il Prode Garibaldi e i suoi Mille, vanno a cercare accordi e sorrisi con la Cina.

Ma la visita del governicchio italiano a Pechino è stata adeguatamente preparata in Italia da rievocazioni in grande stile del trentennale maoista. "Trent'anni dopo onore a Mao" titolava il Manifesto un artìcolo della mitica Rossanda, ripreso rispettosamente da tutti, col tono di chi dice ah che imprudenti, che estrosi, ma che coerenti, che coraggiosi questi del Manifesto. La Rossanda è quella che ha rischiato di vincere il premio Strega, andato poi al veltroniano Veronesi (Buttafuoco, effervescente fascista, dunque politicamente scorretto, pur favorito, è stato invece umiliato al Campiello).

Che direste se un giornale se ne uscisse con un titolo così: "Sessantun anni dopo onore a Hitler". Carcere, deportazioni, chiusura del giornale, caso che rimbalza in tutto il mondo. Eppure Hitler, il peggiore d'Europa, al cospetto di Mao, sembra come Stalin un mite moderato.

E per mandare un gentile pensiero alla Cina di Prodi, la Mostra di Venezia, guidata dal filocinese Marco Muller, ha premiato con il Leone d'Oro un film made in China. Persino Buttiglione sul Corriere, anziché nascondersi, rivendicava il merito di aver contribuito quando era al governo ad aprire alla Cina.

Ho l'amara soddisfazione di aver bloccato in Rai la concessione di un canale ai cinesi, perché davamo loro un cavallo di troia nel nostro mercato, senza reciprocità e riconoscevamo un regime che viola i diritti umani. Ma quando andai via, la Rai ripristinò l'accordo con i cinesi.

Rifacendo la storia di quegli anni, i grandi giornali italiani ricordano il grande balzo in avanti, i progressi della Cina d'oggi figlia della Cina di Mao, e via delirando. Adottando il peggior cinismo capitalista, nel nome dello sviluppo industriale questi filocinesi passano su milioni di morti, considerandoli come trascurabili incidenti sul lavoro.

Di sangue umano è lastricata la via di Pechino? Però che belle strade, dicono questi bastardi dimenticando il materiale umano di cui sono fatte. E poi insultavano il nonno che rimpiangeva i treni in orario di Mussolini; il duce rispetto a Mao era un pacifista non violento.

Ma la cosa che desta più schifo è l'intoccabile rispettabilità di cui gode quel vasto ceto di intellettuali che s'infatuarono della Rivoluzione cinese e passarono sopra milioni di morti, crimini abominevoli, per ammirazione delle biciclette, delle casacche, delle nuotate di Mao in un fetente fiume giallo (ed era pure un fotomontaggio), e per devozione di cento demenziali pensierini infinitamente più stupidi dei proverbi delle vecchie nonne di campagne.

Erano tanti ad amare la Cina di Mao e passano pure per libertari perché loro criticavano l'Urss e lo stalinismo... Ma quel che è peggio è che i tanti non erano ma sono; sono là, alla guida culturale, televisiva e civile del nostro Paese, con la patente conseguita nel 68.

Ve ne cito un grappolo pieno di lacune: Adriano Sofri, Umberto Eco, Barbara Spinelli, Michele Santoro, Sergio Stai-no, Maria Antonietta Mac-ciocchi, Paolo Flores d'Arcais, Mario Capanna, Renato Man-nheimer, Dacia Maraini, Paola Pitagora, Marco Muller, Marco Bellocchio, Michelangelo Antonioni, solo per limitarci a viventi e italiani. E interi gruppi, dal Manifesto a Servire il popolo, da Lotta continua al Psiup, più case editrici, cattedre universitarie.

Tutto il 68 fu un monumento entusiasta alla Cina di Mao: mentre le guardie rosse spargevano terrore, loro condannavano come repressiva la polizia italiana e il governo del terribile dittatore democristiano Mariano Rumor... Fior di scrittori, preceduti da Malaparte, contribuirono a far crescere questa fama: Moravia e Parise, per esempio.

Ora, io non mi scandalizzo della loro impunità perché i reati d'opinione non esistono, per David Irving come per questa gente. E nemmeno mi scandalizzo se godono di bella fama. Però lasciate che io mi chieda: quando finirà la quarantena per quelli come Buttafuoco che hanno una diversa opinione sulla storia e sulla vita? Perché è lecito inneggiare ancora oggi a un sanguinario come Mao e si deve ancora pagare col disprezzo e il silenzio, il crimine di non appartenere né ieri né oggi a quel circolo di presuntuosi visionari. Non lo capirò Mao.


Libero del 13 settembre 2006