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Inserito il 16-9-2006  
Una dolce furia armata
Giuliano Ferrara


E’ morta Oriana Fallaci. La scrittrice e giornalista italiana si è spenta l’altra notte in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni.

Breve ritratto in memoria di Oriana Fallaci, quella che amava il proprio bestiale talento e lo metteva al servizio delle sue ossessioni, quella che si lasciò travolgere dall’11 settembre e sbagliando scrisse la verità.

Oriana Fallaci era una Furia. Un animale mitologico raro in un paese pigro, e in un mondo che lei ha percorso, bisogna dirlo, nel segno della sua virilità, manliness, pur essendo una meravigliosa, temibile e vanitosa creatura di sesso femminile. Amore e odio l’hanno inseguita tutta la vita correndo, perché alla fine lei correva più forte, si lasciava dietro deformazioni grottesche del carattere, che autoironicamente riconosceva, e caricature generate dalla dea pagana dell’Invidia, che disprezzava di un disprezzo sovrano e anche sovrumano.

Correva, Oriana, perché voleva avere il successo personale, che perseguiva con la forza bestiale del suo talento, della sua come sempre imperfetta ma sovrabbondante grazia e stima di sé, in nome di una megalomania che non aveva niente di meschino, che era una offerta generosa di idee, di esperienza, di spirito d’avventura e di romanzo, di passione politica e intellettuale profonda in ogni suo risvolto, anche lungo quei lati che a lei stessa a volte non erano chiari.

Combatteva sempre, instancabile, per qualcosa e contro qualcosa, non conosceva il riposo inane dello snob e dell’intellettuale e del giornalista (per carità, il giornalismo), e se sacrificava il sense of humour, che da fiorentina praticava eccome nel privato, era per insofferenza verso la futilità dell’esistenza pubblica accomodante e inciuciona.

La sua eleganza aveva qualcosa di quel che a Firenze si dice lo spirito anglo-becero, era intessuta con il filo di ferro di una amabile pratica della lingua volgare, uno smagliante italiano colloquiale, diretto, popolaresco ma pulito come gli argenti ben tenuti nel decoro borghese delle sue case, in mezzo però al disordine d’artista, al disinteresse per le cose e per il denaro che era nelle cose, in camerette da letto solitarie dove si affollavano i ritagli di giornale e i libri, dettagli di una vita che aveva bisogno solo del contatto con gli altri, di un pubblico sterminato, di un consenso che Oriana pretendeva come i bambini pretendono il latte mordendo il capezzolo, una approvazione che per lei era vita, pura vita.

Era un esemplare splendido in ogni sua manifestazione: nella cattiveria, nella dolcezza rara e perciò preziosa, nello stupore che opponeva a ogni critica e attacco personale a lei rivolto, nella capacità di non pensare a sé stessa (voleva che il sé fosse sempre accentato, lo voleva disperatamente) nella battaglia.

La sua ascesi era di una stoffa speciale, e non assomigliava in nulla al birignao mistico di quelli che lei chiamava con ferocia “spacciatori di giada”.

Era un campione folle di umanità anche nella sua saggezza visionaria, nella percezione della prevalenza della stupidità e della assoluta e immediata necessità di sradicarla, nella diffidenza, nell’accensione subitanea degli amori, delle convergenze, degli incontri, sempre pronta alla delusione, sempre in difesa per paura della delusione, mai capace di negarsi all’illusione.

Con questa Italia e con questa Europa non poteva che litigare, e anche con l’America non scherzava, quando ci si metteva. Era molto spesso dalla parte del giusto, e si metteva regolarmente dalla parte del torto con una maniacale capacità di irridere l’ipocrisia, la fiacchezza mentale, l’aridità anaffettiva intesa come blasone di nobiltà, come distacco, quel distacco che non conosceva in nessuna delle sue attività, in nessuno dei milioni di parole che ha sparse per il mondo, se non nella forma della solitudine personale garboesque, divinamente e teatralmente cercata e pagata fino all’ultimo centesimo.
 
Che primadonna fatale che era. Protetta dall’unica protezione che contasse per un’americana come lei, cioè dalle copie vendute, dai contratti di ferro, dalla meticolosa osservanza richiesta di ogni suo incredibile e inaudito privilegio di scrittrice di inverosimile successo, lavorava intorno alla condizione umana con la tempra di un Malraux, con le esche e i tramagli di un Hemingway, e con qualcosa in più che era solo suo, solo suo.

La sua ultima grande battaglia cominciò dopo l’11 settembre e vale la pena che sia continuata con mezzi più poveri, con mezzi modesti dopo che lei se n’è andata.

Aveva trovato un nemico, anzi era il nemico che l’aveva trovata, e lei lo aveva battezzato islam, anche se sapeva che quel nemico era l’islamismo politico, nutrito da una civiltà in lotta con la nostra. E con il suo rasoio occamista, come sempre per la via breve della persuasione universale, di una comunicazione che oltre alla mente e al cuore prevedeva le viscere, i visceri, il materiale delle profetesse e degli àuguri, scrisse pane al pane e vino al vino.

Fu contrastata da noi mortali nei suoi sarifici all’altare dell’eccesso, dell’esagerazione, ma facemmo in tempo, almeno noi, a pentircene, a capire che anche gli elementi belluini del suo alfabeto culturale e civile, storico e morale, avevano un senso dentro la sua missione.
 
Con questo giornale, che imparò a conoscere e ad amare fino a un vero processo di osmosi, in particolare sui grandi temi dell’esistenza moderna devastata dal conformismo nichilista della supersecolarizzazione, ebbe un rapporto d’amore speciale.

Non le abbiamo mai chiesto alcunché, l’abbiamo accarezzata con affetto eppure mai lodata con condiscendenza, qualche volta criticata e umanizzata a nostro modo, mai trattata con amore di scambio, eppure voleva darci tutto, regalarci tutto, purché il sé fosse sempre rigorosamente accentato.
 
Fu vero amore, che si sparse per tutta la redazione, con chiacchiere, manovre di corteggiamento, possessività tipiche di una donna che considerava suo tutto ciò che la circondava, e lo faceva in un certo senso suo con il fuoco che aveva nella pancia. Un amore fatto anche di dispetto e di silenzi bene amministrati, che durava oltre ogni mattana, oltre ogni mania.
 
Che mancherà è sicuro, lascia legioni di lettori costruite e inquadrate in campo con quel tutto e nulla che lei era, con il suo discorso puro e semplice, con la sua tempestosa energia di Furia armata.

Ci mancherà, quel temporale di ogni giorno, quel profilo di donna coraggiosa che detestava l’apparenza, perché voleva esserci (Da-sein) e perché amava la sua storia e la storia degli altri, e specialmente amava il cotechino con le lenticchie e il brindisi di capodanno, in tre, a New York, come fosse Milano, il Chianti, Teheran o il Vietnam.


Il Foglio del 16 settembre 2006