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Inserito il 16-9-2006  
La fede è una cosa semplice proprio perché razionale
Carlo Cardia


La struttura del discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona ha una singolarità. Prende le mosse da una dura critica alle patologie religiose, quelle che legittimano la violenza in nome di Dio, e si dispiega poi in un esame dei rapporti tra fede e ragione, tra cristianesimo e razionalità, anche da un punto di vista storico.

C’è, però, un punto di connessione tra le due parti dell’intervento, quando riprende le parole di Manuele II Paleologo per affermare che “non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio”. In questo modo, la ragione è il punto di connessione tra Dio e l’uomo, è il dono maggiore che l’uomo ha ricevuto, è il criterio sommo per giudicare e valutare anche le religioni e la loro evoluzione.

Lungi dall’essere ovvia, l’affermazione del Papa comporta la critica radicale di tutti i sofismi su Dio, compresi quelli formulati in ambito teologico.

Se Dio è onnipotente non è soggetto alle leggi da lui stesso create. Queste leggi potrebbero essere diverse, se solo Dio lo volesse. Se Dio volesse il male dovremmo obbedirgli.

Combattendo questi sofismi, Leszek Kolakowski, formula “in modo frivolo” l’antisofisma per eccellenza quello per il quale c’è una cosa che Dio non può fare (e che invece può fare l’uomo), dal momento che “non può suicidarsi”. Infatti, Dio “non può fare ciò che è logicamente impossibile o moralmente ingiusto, in quanto le corrispondenti norme si identificano in lui”.

Benedetto XVI respinge l’equazione Dio=arbitrio, e propone una immagine divina che è insieme ragione, amore, sostegno all’uomo. Propone cioè un’immagine che si è venuta formando, soprattutto con il cristianesimo, nella cultura occidentale, ed è stata elaborata nel tempo anche attraverso l’esercizio della ragione.

L’intervento del Papa nel suo complesso è uno dei più ricchi, e completi, inni alla ragione che siano stati elaborati di recente in ambito cristiano. La ragione svolge un ruolo essenziale anche nel giudicare le religioni.

Benedetto XVI lo ha ricordato nei giorni scorsi quando ha detto che una religione che giunga a vera maturazione non può incitare alla violenza. Lo ha ricordato a Ratisbona quando ha citato Socrate, per il quale “sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”.

L’osservazione socratica può riferirsi alla religione. Se a motivo di posizioni religiose errate si prendesse in odio la religione, si perderebbe un bene fondamentale e si subirebbe un gran danno. Quindi anche le chiese possono sbagliare, ma esse si evolvono e devono continuamente migliorarsi.

Sta qui la forza della critica alla guerra santa e all’odio religioso. Perché è una critica razionale e spirituale insieme. Certo, anche il cristianesimo in qualche segmento della sua storia ha ceduto alla tentazione di imporre la verità religiosa con la forza. Ma Manuele II Paleologo sta lì a ricordarci che il cristianesimo si rivolge con parole ragionevoli a un’anima ragionevole perché si convinca di determinate verità o a compiere determinate scelte.

Sono parole che potrebbero (e dovrebbero) essere pronunciate da ogni buon illuminista.

L’inno alla ragione prosegue nella seconda parte della “lectio” pontificia quando ricorda che l’ebraismo e il cristianesimo lungi dal rappresentare il distillato puro della volontà divina che è sceso sulla terra come una improvvisa pioggia, si è amalgamato con l’evoluzione umana e in primo luogo con la cultura ellenista, che già aveva posto le basi per una conoscenza razionale sempre più vasta e per una aspirazione al trascendente sempre più esigente.

Può sembrare sorprendente questa difesa dell’ellenizzazione del pensiero giudaico-cristiano da parte di Benedetto XVI. Eppure, in questa difesa si ritrovano due formidabili elementi di critica all’illuminismo radicale dei nostri tempi.

Il primo riguarda la selezione arbitraria che il pensiero moderno ha fatto dell’esperienza e della cultura greco-romane, espungendo da esse la concezione unitaria (razionale e trascendente, giuridica ed etica) dell’uomo. Così facendo si trova oggi a dover espungere tanta parte del pensiero platonico, aristotelico, ma anche del pensiero di Cicerone, di Seneca, di Plotino, non cristiani ma incomprensibili senza le rispettive aspirazioni religiose.

Credo sia un bell’esempio di critica razionale a una irragionevole selezione della storia e della tradizione culturale dell’occidente.

L’irragionevolezza del caso

Il secondo elemento percorre tutto l’evo contemporaneo, e riguarda la pretesa razionalista di emarginare sempre più il cristianesimo e la cultura religiosa prima dal cammino storico dell’uomo (la “sola scriptura” di Lutero), poi dalla possibilità di comprensione razionale (come ha fatto l’illuminismo radicale), infine da tutto ciò che interessa la realtà più profonda dell’uomo, come cercano di fare le correnti dello scientismo estremista.

A queste ultime Benedetto XVI riserva una di quelle battute che valgono più di tanti ragionamenti, quando chiede: cosa c’è che sia più irragionevole del caso, e dell’arbitrio, quelli che la scienza atea vuol mettere a base dell’uomo e dell’universo? Così facendo, si dimezza l’uomo, e se ne esclude una gran parte, quella interiore, spirituale (o psichica), che non si acquieta alle bellezze del creato, o alle brutture compiute dagli uomini.

Questa metà non è esclusa perché appartenente a una dimensione che merita di essere conosciuta con concetti e strumenti adeguati. No, è esclusa perché sarebbe ininfluente sull’uomo, sulla sua personalità, sulle sue scelte etiche, sulle grandi opzioni storiche e collettive.

Così facendo, si compie un’altra grande mistificazione in nome di un razionalismo autosufficiente: si esclude dalla storia individuale e da quella collettiva, una delle più grandi forze che sono in grado di fermare l’uomo sull’orlo di scelte irreversibili, in materia di pace e di guerra, di difesa dei deboli e di solidarietà verso gli altri, di stravolgimento genetico del genere umano.

Si può proporre una riflessione.  Un esperimento estremo di società che prescinde totalmente (anche per legge) da Dio e dalla religione è stato fatto, in tutto l’universo comunista (e totalitario) contemporaneo, un universo ampio geograficamente, lungo temporalmente, immenso dal punto di vista della quantità di uomini coinvolti.

Cosa ne è derivato, se non un grande bisogno di rifondare queste società daccapo, dopo che una larga fetta d’umanità era caduta nell’arbitrio più totale, nella violenza quotidiana del potere, nell’uso opportunistico di principi e valori che avevano perso ogni fondamento? Vorrà pure dire qualcosa questa considerazione dal punto di vista razionale.

L’intervento del Papa si conclude con un riconoscimento forte alla razionalità e all’illuminismo. Perché riconosce “senza riserve” tutto ciò che nello sviluppo moderno dello spirito è valido, e perché “tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati”. E aggiunge che occorre tornare ad un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso che se ne fa.

In altri termini: la religione, il cristianesimo in particolare, ha fatto tesoro della lezione razionalistica, il Papa non lo nasconde, ma è il razionalismo che oggi deve far tesoro della dimensione religiosa. Perché questa è parte integrante dell’esperienza umana, ed è ineliminabile dalla struttura antropologica complessiva.

Se fede e ragione tornano a guardarsi con simpatia e disincanto, si può comprendere facilmente una espressione molto bella usata da Benedetto XVI: credere non è affatto una cosa complicata, è una cosa semplice perché trova radici nel cuore e nella razionalità dell’uomo.

E’ la trasposizione di quanto già sperimentato dai mistici, e da san Giovanni di Dio in particolare quando dice: “Segui la tua ragione, essa ti condurrà a Dio”. La ragione può condurre anche da altre parti, ma certamente essa non è estranea alla fede.


Il Foglio del 16 settembre 2006