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Inserito il 15-10-2003  
Aids: dare voce a chi non ha voce
di Anna Bono


In Africa, per far fronte all'Aids, "l'Organizzazione mondiale per la Sanità (Oms) intende distribuire medicinali antiretrovirali (...) ad almeno 3 milioni di persone entro il 2005" (MISNA, 22 settembre 2003). C'è da sperare che si tratti di un errore di traduzione, perché in Africa i medicinali si somministrano, non si distribuiscono.

Quasi tutti gli africani non hanno dimestichezza con la medicina moderna e non capiscono le più elementari prescrizioni. Terapie anche semplici come quella della malaria vengono interrotte non appena i sintomi si attenuano o sono seguite senza tener conto delle indicazioni mediche: se una compressa al giorno per sette giorni guarisce, meglio tutte e sette in un sol giorno; quando si sta meglio tanto vale smettere la terapia e conservare i medicinali avanzati o magari venderli (e allora potranno essere usati, anche scaduti e deteriorati, per curare qualunque malattia). Inoltre i farmaci vanno conservati in luoghi asciutti e a temperature moderate, ma la maggior parte degli africani vivono in case o capanne troppo calde e umide. Seguire correttamente una posologia vuol dire anche sapere che ore sono: non sempre è possibile in Africa.

Per queste e altre ragioni l'ideale è che i medicinali siano somministrati dal personale sanitario direttamente, dose per dose, ai pazienti e questo richiede che essi soggiornino in ospedale o nelle vicinanze.

Un malato di Aids deve seguire per anni, forse per tutta la vita, una terapia rigorosa che può prevedere anche 17 assunzioni quotidiane di farmaci, in orari precisi. È impensabile che i sieropositivi africani, salvo rare eccezioni, siano in grado di seguire da soli, a casa loro, una terapia del genere.

Questo fa dire al dottor David Serwadda, della Makerere University di Kampala (Uganda): "anche se gli antiretrovirali costassero soltanto un dollaro al giorno, in Africa non cambierebbe nulla" perché le terapie sarebbero ugualmente ingestibili. Pur disponendo dei medicinali necessari, nessun governo africano potrebbe utilizzarli perché nessuno governo africano ha creato un sistema sanitario pubblico capace di assistere la popolazione. Bilanci a due cifre alla voce "difesa" e prossimi all'1 per cento per sanità e scuola: l'Africa sconta con il dilagare di malattie altrove contenute o addirittura scomparse le scelte dei suoi dirigenti politici.

Anche secondo Kevin DeCock, del Centre for desease control and preventivon di Atlanta, che opera in Africa dal 1988 e fa base in Kenya, "il costo dei farmaci è l'ultimo dei problemi. Gli Stati africani non sono in grado di individuare tempestivamente i sieropositivi e di applicare loro adeguati trattamenti intensivi".
br> Voci come queste, e altrettanto autorevoli, si contano a migliaia. Ma invano: si vede che piace troppo, in certi ambienti, pensare che è tutta colpa delle multinazionali farmaceutiche che non regalano le medicine e dell'Occidente che non mette a disposizione fondi illimitati per comprarle.

Che l'avversione per l'Occidente renda i no global sordi alle voci che non li assecondano, non sorprende. Spiace invece, e preoccupa, constatare l'inadeguatezza delle Nazioni Unite ad affrontare anche questo problema.

Durante l'apertura dei lavori della tredicesima Conferenza internazionale su Aids e malattie trasmesse per via sessuale in Africa, appena conclusasi a Nairobi (Kenya), Stephen Lewis, inviato speciale del segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha definito "un'oscenità grottesca" la scarsità di medicinali anti Aids in Africa: "i paesi occidentali - ha commentato - sono capaci di trovare 200 miliardi di dollari per combattere la guerra al terrorismo, ma non riescono a racimolare il denaro necessario per fornire trattamenti antiretrovirali a tutti quelli che in Africa ne hanno bisogno". Ai regimi africani e a quelli arabo-islamici non ha mosso rimproveri.

Chi tendesse a pensare che l'importante è avere i farmaci e poi in qualche modo i malati si curano, consideri che nel caso dell'Aids, quando la cosiddetta pressione sedativa riesce male, possono emergere dei ceppi di Hiv resistenti ai farmaci in uso. In Occidente il tasso di fallimento è circa del 30%, un valore che dipende soprattutto dalla difficoltà di ottenere un'aderenza perfetta alla terapia da parte dei pazienti.


Dal sito: www.ragionpolitica.it