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Inserito il 30-9-2006  
Islam. Parlare di pace facendo la guerra
Anna Bono


Molti islamici hanno questo in comune: si lamentano dell'Occidente che, secondo loro, da sempre non fa che aggredirli e mortificarli; si attribuiscono un primato di mitezza e tolleranza e intanto attaccano, invadono, colonizzano il resto del mondo in nome di Allah e di una sacra missione di conquista alla vera fede.

L'altra sera il responsabile per l'immigrazione dei Ds, Ali Baba Faye, ospite del programma televisivo L'antipatico di Maurizio Belpietro, in onda su Rete 4, ha lasciato esterefatta la nazione affermando che in 14 secoli l'Islam non ha mai avuto problemi con nessuno e solo adesso, dopo l'11 settembre, appare come una minaccia; piuttosto, quindi, bisogna pensare alle responsabilità storiche dell'Occidente: la tratta degli schiavi, ad esempio, e gli attacchi del Cristianesimo all'Islam, a cominciare dalle Crociate.

Di sicuro l'Occidente non c'entra, eppure di certo gli islamici non devono sembrare tanto miti agli occhi degli insegnanti Thai delle uniche province a maggioranza musulmana della Thailandia, quelle meridionali, dove, dal 2004 a oggi, 300 scuole sono state colpite dalla violenza dei ribelli antigovernativi, che intendono instaurare un nuovo sultanato islamico nel sud, e dove 44 professori hanno perso la vita, uccisi dalle loro bombe e dai loro proiettili.

L'ultimo attacco risale al 24 luglio, quando Prasarn Martchu, un insegnante buddista di 46 anni, è stato colpito a morte davanti ai suoi studenti mentre teneva una lezione in un'aula peraltro presidiata da due agenti di sicurezza. I ribelli, a quanto pare, si accaniscono con gli istituti scolastici perché sono il simbolo del governo centrale con il quale sono in conflitto, e poi perché vorrebbero farli chiudere costringendo la popolazione a mandare i bambini alle scuole islamiche, le uniche a non essere prese di mira.

Così i 15.000 docenti delle province minacciate dai ribelli hanno incominciato a prendere lezioni di tiro e ad acquistare dai militari, che gliele vendono a un quarto del prezzo di mercato, le maneggevoli pistole da 9 millimetri in dotazione all'esercito. Non si contano le richieste di autorizzazione al porto d'armi che attendono di essere esaminate e migliaia di insegnanti già circolano armati anche senza permesso.
«La scelta è tra avere un arma o morire» sostiene l'Associazione degli insegnanti.

In effetti i 20.000 soldati inviati dal governo centrale non hanno migliorato la situazione e anzi la violenza si è estesa a banche, mercati, ristoranti, garage e altri luoghi frequentati dai militari.

Neanche i somali del porto di Kismayo devono aver scambiato per miti costruttori di pace i miliziani che nella notte del 25 settembre hanno invaso e occupato la loro città innalzando il vessillo dell'Unione delle Corti Islamiche, la coalizione di clan e lignaggi filointegralisti che da giugno controlla l'ex capitale Mogadiscio e, malgrado gli impegni a negoziare assunti con il governo di transizione somalo grazie alla mediazione della Lega Araba, si sta impadronendo di vaste estensioni di quella che un tempo era la Somalia.

Sono in pochi a credere alle promesse di pacificazione, sicurezza e rinascita del Paese sotto la guida di un Islam più autentico e le notizie rassicuranti diffuse in questi giorni - sembra che a Mogadiscio le Corti per adesso non stiano imponendo una ferrea ortodossia, ancora i bambini possono giocare a calcio e le bambine recarsi a scuola - non rassicurano nessuno.

Nel vicino Sudan, poi, l'attuale crisi del Darfur dimostra come il rischio sia non non solo l'imposizione della legge coranica, ma anche lo sterminio e la dispersione delle popolazioni di origine africana, islamiche e non, da parte di quelle che vantano più o meno a ragione ascendenti arabi.

Così ogni giorno 3/400 somali - 24.000 dall'inizio dell'anno, soprattutto agricoltori residenti nelle regioni meridionali - varcano il confine con il Kenya chiedendo asilo e vanno ad aggiungersi ai 240.000 già ospitati nei campi per profughi allestiti dopo la caduta del dittatore Siad Barre nel 1991.

A Kismayo le immediate manifestazioni di protesta della popolazione sono state represse dalle milizie che ora presidiano ogni strada con pattuglie di due o tre uomini armati ogni 50-100 metri. Secondo voci non ancora confermate, la «pace islamica» avrebbe già fatto alcune vittime.


Dal sito www.ragionpolitica.it