Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Terza Pagina
Commenta l'articolo
Inserito il 1-10-2006  
«La sinistra sta sparendo. Ostaggio delle sue bugie»
Martino Cervo


Pansa presenta il nuovo libro. «Ormai i veri conservatori sono rossi. Il collante dell'antifascismo non può reggere: rischiano l'estinzione».

Con "II sangue dei vinti" ha dato voce a un mondo. Con "Prigionieri del silenzio" ha rivelato la violenza ideologica del comunismo. Con "Sconosciuto 1945" ha riannodato i fili delle storie degli sconfitti della guerra civile italiana. Tre successi di pubblico - non i primi, ma i più clamorosi -, tre ondate di polemiche.
 
Giampaolo Pansa torna in libreria martedì 3 ottobre con "La Grande Bugia" (Sperling & Kupfer, 480 pagine, 18 Euro): nocciolo del libro, spiega a Libero il giornalista, è «quello che ho imparato in questi anni, incontrando le persone e presentando i miei libri».

Quasi cinquecento pagine di intreccio continuo tra presente e passato: nuove storie, sempre narrate da uomini e donne che hanno provato sulla loro pelle le ferite della resa dei conti post 25 aprile. E un giudizio, meglio: una bordata, sul clima che ancora domina su questi fatti e sul loro racconto, a sessant'anni di distanza.

Un giudizio fatto di tante frecciate a chi, negli ultimi anni, ha aggredito Pansa, l'ha accusato di revisionismo, di opportunismo, di essere un voltagabbana perché ha osato dire che nel nostro Paese non esiste una memoria condivisa, che la storia della Resistenza è stata monopolizzata e distorta. Per aver raccolto voci e volti di uomini e donne che mai avevano - letteralmente - potuto parlare dei loro morti, delle loro memorie, delle loro storie.

Ce n'è per tutti: Giorgio Bocca, Sergio Luzzatto (il signor Ghigliottina), Aldo Aniasi, Sandro Curzi. Solo alcuni dei custodi della "grande bugia" eretta dalla sinistra e che ha rapito il dopoguerra italiano.

Quel muro, dice Pansa a Libero, fatto di «omissioni, inesattezze, agiografie che avvolge la guerra civile. Quella leggenda da sfatare, basata sulla formula della memoria asimmetrica e sui suoi due assiomi: "Ricorda solo ciò che fa comodo" e "Impedisci di parlare a chi non la pensa come te". Non solo: neppure i vincitori, in questa grande bugia, sono tutti uguali: lo sono soltanto i comunisti e i loro eredi, oggi sparpagliati in 3-4 partiti, ed egregiamente rappresentati nel campo intellettuale e giornalistico. Per cui a forza di scrivere solo ciò che conviene si creano zone d'ombra sterminate. Quelle che cerco di raccontare».

Le zone d'ombra sono le verità mai diventate patrimonio comune: sul ruolo degli Alleati nella Liberazione, sui massacri compiuti dai partigiani, sul fine rivoluzionario dei partigiani comunisti, sul consenso per il fascismo, sulla "zona grigia" dei tanti italiani indifferenti alla Resistenza, sulle rimozioni dopo il 25 aprile, sulle ragioni e il diritto alla memoria di chi aveva aderito alla Repubblica di Salò.

Pansa, ma allora la famosa egemonìa culturale esiste. Che effetto fa dirlo "da sinistra"?

«Non scrivo mai con l'intenzione di collocarmi. Scrivo per dire delle cose vere nel modo più chiaro possibile. Se poi il piacere tutto italiano per la parrocchia politica porta all'ansia di etichettare chiunque, pazienza. Io non mi pongo il problema. Certo, la dimostrazione di questo rifiuto totale ad accettare questi temi da parte di molta gente della sinistra postcomunista sta anche nei sassolini che mi sono dovuto togliere dalle scarpe con questo libro».

La prefazione contiene una sentenza micidiale: "In Italia, la sinistra non esiste più". Cosa significa?

«La sinistra in Italia non c'è più. Con il crollo del Muro è caduta tutta la sinistra italiana, cioè Pci e Psi. Oggi c'è una serie di sigle: Ds, Verdi, socialisti alleati coi radicali... tutto senza alcun collante, se non l'antifascismo. Ma ormai salta anche quello. C'è un esempio lampante: lo scontro francamente comico cui abbiamo assistito tra il "Pelatone" e il "Parolaio rosso". Con Marco Rizzo a rimproverare Bertinotti per aver osato prender parte alla festa di Alleanza Nazionale. È la prova evidente che la grande bugia ormai non regge più».

Se non regge, cosa accadrà?

«Per farla definitivamente crollare, ci vorrebbe il coraggio di un racconto vero. Ecco, non vedo qualcuno pronto a dire la verità su quei lunghi mesi che hanno definitivamente cambiato la vita a milioni di persone in questo Paese. Ma così facendo la sinistra non riuscirà mai a guadagnare la fiducia di tante, tantissime persone. In questo, mostra un ritardo grave rispetto al resto d'Europa. Del resto, non ci vuole molto ad accorgersi che questo governo sta attaccato con lo sputo».

La "grande bugia" si nutre di intolleranza: da dove nasce?

«Da un profondo conservatorismo. La sinistra si è messa in testa che non vuol cambiare, che non può cambiare. C'è ancora gente pronta a dare del traditore a Napolitano per le sue apprezzabili e significative parole su Budapest. Marco Rizzo, per dirne uno, sembra un agit-prop del Pci di trenta anni fa. Poi c'è un'intolleranza più intellettuale, che ho sperimentato nelle reazioni ai miei "libracci".

C'è tutto un ambiente accademico che ha messo fuori un cartello: "Vietato l'ingresso agli estranei". Sono i D'Orsi, i Sergio Luzzatto, e tanti altri che non sopportano l'invasione di campo di un dilettante come me, forse anche perché non sanno scrivere: lo vedono come fumo negli occhi, figuriamoci poi se vende... Quelli sono i veri intolleranti. Chiariamoci: liberissimi di fischiare Pansa. E Pansa è libero di contro-fischiare loro».

Tornando al piano polìtico: nel libro spiega la "grande bugia" come un investimento elettorale fatto dalla sinistra per garantirsi un bacino di voti. Eppure dice anche che questa bugia non regge più. Come si spiega?

«Il fatto è che meno sono i voti, più vanno tenuti stretti. Un grande giornale può permettersi di perdere decine di migliaia di copie, per uno piccolo qualche centinaio di lettori è decisivo. E questa è la grande contraddizione della sinistra che chiamo per questo "regressista". Abbarbicata all'Anpi, alle associazioni di reduci, a un antifascismo fuori tempo massimo.

Piero Fassino ha provato a dire qualcosa in questo senso, ma non è seguito nulla. È stato più coraggioso Napolitano, e sono molto curioso di sentire cosa dirà il prossimo 25 aprile. Più coraggioso anche di Ciampi, per esempio. Ma quando D'Alema si è azzardato a dire che era meglio evitare Piazzale Loreto, gli sono saltati addosso da tutte le parti. Una sinistra così rischia l'estinzione.

È un problema di cecità, perché questi aspetti della nostra storia interessano la gente. Io me ne sono accorto andando a presentare i miei libri, ricevendo montagne di lettere: ho fatto la scoperta impressionante di migliaia di uomini e donne che provavano un senso di liberazione perché finalmente potevano uscire da unmare di silenzio.

Mi ha sconvolto un signore, intervenuto in un dibattito cui partecipavo, che mi ha detto: "Io non mi sento un cittadino di serie A, ma di serie B, perché da sessant'anni cerco le ossa di mio padre". Il babbo era stato ucciso dai partigiani: un delitto oscuro, come tanti. Di ferite così è pieno il Paese: bruciano ancora, e sono ancora storie proibite. Non abbiamo idea di quanti sono i Gűnther Grass d'Italia».

Lei non vuole essere etichettato, ma rivendica l'appartenenza alla sinistra. Che futuro vede?

«Se la sinistra continua così, è perduta. Ma non cambierà nulla. Può cambiare qualcosa solo dopo una catastrofe elettorale. Io mi auguro di no, ma se Prodi - che stimo - cadesse, se si votasse e la destra stravincesse, allora cambierebbe qualcosa sul serio. Altrimenti si tira a campare, faticosamente».

Per tre anni l'hanno accusata di cavalcare il berlusconismo, facendo libri revisionisti. Lei ironizza sulla demonizzazione del Cavaliere messa in campo in questi anni.

«Quando sentivo - e sento - dare fiato alle trombe della Resistenza contro Berlusconi, mi scappa sempre da ridere. Il mio giudizio sul governo del Cavaliere resta negativo, ma non certo per presunte derive autoritarie o per una minaccia portata alla libertà. È stato un governo di pasticcioni. Però devo dire che questo dilettantismo lo rivedo oggi nel centrosinistra. I partiti dell'Unione non hanno la minima idea di come governare il Paese. Vedo le stesse crepe che vedevo nella coalizione di centrodestra».

Nel libro cita spesso, più o meno direttamente, Giovanni Guareschi. Perché?

«Intanto perché mi ha sempre attratto chi è diverso da me. E poi perché nel suo "Candido" Guareschi aveva visto con anticipo cose che di cui noi, a sinistra, non ci rendevamo conto. Le sue vingette "Contrordine compagni", per esempio, con lo strumento dell'ironia denunciavano nel Pci un partito autoritario, con caratteristiche uguali e contrarie a quelle del nazismo e del fascismo. E capì che un partito così non avrebbe mai avuto un seguito maggioritario in Italia. Non a caso Guareschi ebbe un ruolo di primo piano nella sconfitta del Fronte popolare il 18 aprile 1948».

Proprio a Libero lei definì quella data la vera Liberazione dell'Italia.

«Più passa il tempo e più ne sono convinto. Il 18 aprile fu un punto di svolta, fu lì che finì la guerra di Liberazione, non tre anni prima. Se avesse vinto il Fronte, saremmo finiti come l'Ungheria. Così invece si pose fine a quell'ondata di sangue per la quale la cifra di 20mila morti mi sembra del tutto inadeguata. Per difetto».

Quando uscirà il libro gliene diranno di tutti i colori: è pronto?

«Questi anni mi hanno insegnato molte cose. Concludo come ho concluso il libro: se qualcuno regnerà, lasciamolo regnare. Francamente, se c'è una cosa che temo davvero, viste le polemiche e il successo degli altri libri, è che chi mi ha attaccato in questi anni stavolta se ne stia zitto».


Libero del 30 settembre 2006