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Inserito il 7-10-2006  
Hezbollah fa arrivare camion di missili, Unifil osserva
Toni Capuozzo


I miliziani sciiti rioccupano le posizioni di prima della guerra, Siria e Iran riempiono gli arsenali nel Libano del sud.

Visto che non ne parla più nessuno, continuo a farlo io. Non so se il silenzio sul Libano sia dovuto a quella legge non scritta del giornalismo per cui a un’abbuffata segue una fisiologica quaresima. Sta di fatto che tutto tace, tranne il buon Lorenzo Cremonesi, ma sulla rentrée scolastica, e solo a pagina sessantuno del Corsera.

O non sarà che le notizie, dal Libano, sono un po’ imbarazzanti? Mica per i militari che abbiamo inviato laggiù, che sono gli stessi dell’Iraq e dell’Afghanistan, gente cui non può essere imputata la genericità del mandato, e che anzi rischiano di scontare, come sempre, le incertezze della politica.

Non sarà che rischiano di essere imbarazzanti per chi ha presentato la missione libanese come il caposaldo della fine dell’approccio unilaterale, come il ritorno dell’Europa saggia e dialogante, contro la cecità bellicista delle missioni irachene, e forse, anche di quella afghana?

La settimana scorsa avevamo annunciato il ritiro, previsto per la domenica, l’inizio dello Yom Kippur, dell’ultimo soldato israeliano dal sud del Libano. E così è stato.

Sollevavamo qualche dubbio sulla reale capacità e volontà dei comandi Unifil a gestire il dopo. Ma neppure se fossimo stati più pessimisti avremmo potuto immaginare che succedesse quello che è successo, in silenzio.

E’ successo che Hezbollah ha rioccupato in modo ordinato e coordinato tutte le sue basi di comando, tutte le basi da cui ha lanciato missili contro Israele nella guerra dei trentaquattro giorni. Ora, non occorre essere grandi strateghi per vedere nella mossa un gesto politico, più che militare.

Certo, le basi da cui Hezbollah coordinava la sua resistenza e organizzava il lancio di missili erano posizionate nei luoghi strategicamente migliori, per lo scopo. Ma è altrettanto certo che Israele, dopo giorni e giorni di incursioni aeree e infine una lunga presenza sul terreno, ha ormai una mappa dettagliata di quei centri di comando, ciò che li rende meno difendibili.

Dunque la mossa può avere una sola ragione: un esibito, e persino cerimonioso ritorno allo status quo ante, a quell’11 luglio che fu il giorno precedente il conflitto. Tanto che il ritorno è stato celebrato con la riapparizione in pubblico – la prima dopo la guerra- dello sceicco Nabil Qauq, responsabile delle brigate addette al lancio dei missili di Hezbollah.

Tanto che il ritorno non è avvenuto nottetempo e furtivamente, ma alla luce del sole, con posti di blocco che l’esercito libanese – e, di conseguenza, l’Unifil – si sono guardati bene dal rimuovere, e con la dichiarazione di cinque aree definite “zone militari”, nelle quali Hezbollah non solo conta su sguardi distratti o silenzi complici, ma suggerisce o intima di starsene alla larga.

L’elenco? Majdal Zoun, Jouhaya, Siddiquine, Dej Amess, Tebnin: un elenco che al profano può non dire molto, ma che dice qualcosa agli israeliani – sono le aree da cui venivano lanciati i missili Hezbollah – e che dirà qualcosa ai comandi Unifil, che dovranno evidenziarle sulla mappa come zone da evitare, piuttosto che da monitorare.

Nelle stesse ore l’Unifil rendeva note le proprie regole d’ingaggio, che dicevano tutto e niente. Per i Caschi blu è legittimo reagire ad attività ostili di qualunque tipo, in nome dell’autodifesa.

L’uso della forza è consentito anche oltre i limiti dell’autodifesa per garantire che le aree di operazione dell’Unifil non vengano utilizzate per attività ostili, e per stroncare tentativi di impedire con la forza l’applicazione del mandato del Consiglio di sicurezza, oltre che per proteggere civili minacciati da violenze fisiche.

Apparentemente c’è di che sostanziare la risoluzione Onu 1701, ma anche la possibilità di ricoprirla della stessa polvere che avvolge da trent’anni la missione Unifil nel sud del Libano, perché tutto è lasciato alla discrezionalità dei comandi, e tutto è vago.

Hezbollah, che ovviamente non è nominata nelle regole d’ingaggio, può ben ritenere che vi si parli di minacce israeliane, e non riconoscersi nella dizione “attività ostili”.

E infatti, per sgomberare il campo da equivoci e per richiamare i comandi Unifil a una corretta e comoda esegesi delle regole d’ingaggio, si è rischierata come un pavone a mezzogiorno.

E’ stata più prudente e circospetta l’altra mossa, il giorno successivo, martedì.

Da tempo si sapeva che voli iraniani atterravano nella base siriana di Qusayr, appena al di qua del confine libanese. E si sapeva che nella base alcune ‘facilities’ erano state praticamente appaltate alle guardie rivoluzionarie iraniane. Martedì si è andati oltre, come rivelano i satelliti.

E’ stato approntato un convoglio di sei camion. Due carichi di missili di vario tipo, quattro colmi di mortai e armi automatiche. Il convoglio ha passato la frontiera al varco tra Qusayr e il Monte Libano, e si è diretto verso sudovest. Un convoglio simile attendeva di vedere se il primo avesse incontrato dei problemi, prima di seguirne le mosse.

Dunque la prima consegna di armi da parte dei supporter siro-iraniani, dopo il cessate il fuoco del 14 agosto è avvenuta.

Bilancio: altro che disarmo di Hezbollah, la missione sembra quasi fornire uno scudo inconsapevole, imbarazzato e distratto al riarmo.

E Israele ? Il governo tace, nessuna denuncia, nessun allarme: sarebbe la pubblica ammissione, dopo tante polemiche, che la guerra dei trentaquattro giorni è stata un fallimento, e che le speranze nella missione internazionale sono state mal riposte.

Ancora una volta il pallino è nelle mani di Hezbollah, o di Damasco e Teheran, con molte opzioni, dalla preparazione di un nuovo conflitto, con Unifil terzo litigante che soffre, alla presa del governo di Beirut.  Ma la prima carta giocata è bella pesante: tra Hezbollah e Unifil un quieto modus vivendi è stato già indicato, suggerito, imposto nei fatti. Se non vi va, fate un segno.


Il Foglio del 6 ottobre 2006