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Inserito il 20-10-2006  
Troppe armi (non solo siriane) stanno dirigendosi verso il Libano
Toni Capuozzo


E’ per ora caduta nel vuoto mediatico, anche se sul caso sono pronte interrogazioni parlamentari, l'indiscrezione lanciata dal sito israeliano Debka e ripresa ieri da Libero, secondo la quale dall'Italia viaggerebbero armi verso il Libano, e non destinate al nostro contingente.

Si tratta di missili: gli Aster 15, che montano una testata di 3,2 chilogrammi di esplosivo, possono essere lanciati da piattaforme marittime o terrestri, hanno un raggio d'azione di 30 chilometri e la possibilità, unica, di correzioni nella rotta anche all'ultimo momento, in volo. A produrli, un consorzio ragnatela, dove sono presenti la francese Aerospaziale, la britannica Thompson e la Alenia Finmeccanica.

Secondo il sito israeliano sarebbe stato lo stesso ministro della Difesa Parisi a negoziare l'affare con Fouad Siniora, ma un portavoce del governo italiano ha debolmente smentito. Da un certo punto di vista non ci sarebbe di che scandalizzarsi: è un buon affare per l'industria italiana ed europea, e non è un male che l'esercito libanese conti su un armamento serio. Il fatto è che gli israeliani temono che I missili finiscano in mano ad Hezbollah, e siano usati contro Israele.

E dunque la vera domanda è: che stabilità ha l'esercito libanese, e dunque il governo di Fouad Siniora?

Il traffico di armi destinato a rimpinguare gli arsenali di Hezbollah, rischieratasi al confine con Israele, esattamente nelle stesse posizioni da cui era stata sloggiata fino al cessate il fuoco del 14 agosto, non è l'unico traffico in corso.

I siriani stanno armando anche altre sei fazioni minori, tutte prosiriane, in vista di una possibile resa dei conti a Beirut, nel caso Fouad Siniora si dimostrasse recalcitrante ed eccessivamente autonomo, o che la presa di controllo politico sul potere centrale di Hezbollah non si rivelasse sufficiente.

La più forte delle fazioni è quella, clandestina, del SSNP il partito siriano socialnazionale composto in gran parte da cristiani greco-ortodossi, da sempre longa manus dei servizi di intelligence siriani. Altri destinatari del flusso di armi sono le milizie sunnite e cristiane dell'area di Tripoli, I drusi di Majid Arslan, rivale di Jumblatt, e i cristiani maroniti di Michael Aoun, il generale che ritornò dalla Francia come candidato ideale di Parigi e Washington alla presidenza e che, lasciato cadere, è diventato il principale alleato di Hezbollah e di Damasco. E ancora: a ricevere armi sono gli sciiti di Amal, che controbilanciano lo strapotere di Hezbollah, e clan sunniti e cristiani di Sidone.

In una parola: armi a tutto il composito fronte che si oppone al governo filoccidentale di Fouad Siniora, e una sorta di censimento degli atteggiamenti e delle munizioni, destinato, più di ogni sondaggio, a orientare le mosse forzate di Siniora, e la marcia di Nasrallah e Aoun verso il controllo totale del governo centrale, verso una resa dei conti con la parentesi libera, e antisiriana, di Hariri prima e di Siniora dopo.

Ovvio che armare l'esercito libanese, e istruire, come dovrebbero fare I militari italiani, all'uso delle armi acquistate è un azzardo, una scommessa confidente e arrischiata.

Lo scorso 13 ottobre il generale libanese Michel Suleiman ha autorizzato le truppe regolari stazionate nella fascia di confine a operare congiuntamente, nel caso di scontri alla frontiera. Evidente il tentativo di ingraziarsi Hezbollah, o, nella più modesta delle letture, di non cercare rogne.

Ed è a questo esercito che I Caschi blu dovrebbero fare capo per aiutarlo non diciamo nel disarmo, ma almeno nel controllo di Hezbollah, e nel trasferimento dell'autorità e magari anche degli arsenali nelle mani dell'esercito regolare.

In Afghanistan le cose non vanno bene, e in Iraq la manifestazione pubblica dei jihadisti a Ramadi, per celebrare il califfato unico e totale, mica tre Iraq regionali, testimonia lo stato delle cose. Ma la nuova frontiera libanese, stretta tra il conflitto con Israele preparato a puntino e una guerra civile sempre sullo sfondo, non è consolante.

Le alternative sembrano l'impotenza spettatrice o il ritiro frettoloso. Gli auguri alla Pozzuolo del Friuli, che questo pomeriggio saluta Gorizia e si prepara a partire, sono tutt'altro che rituali.


Il Foglio del 20 ottobre 2006