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Inserito il 24-10-2006  
L’Onu non agisce in Darfur, i ribelli si ricompattano e attaccano


Sangue e impotenza della comunità internazionale sono le costanti del conflitto in Darfur. L’inviato delle Nazioni Unite in Sudan sta lasciando il paese, dopo che il governo di Khartoum l’ha espulso: l’arrivo dei Caschi blu resta ancora una speranza e i ribelli del Darfur si sono ricompattati scatenando un’offensiva mortale.

Il capo della missione dell’Onu, l’olandese Jan Pronk, è stato ufficialmente richiamato a New York dal segretario generale uscente, Kofi Annan, ma di fatto il governo sudanese lo considera “persona non grata” e gli ha intimato di andarsene.

Pronk ha scritto sul suo blog – che già gli aveva procurato problemi in passato – che “il morale dell’esercito nel Darfur settentrionale sta precipitando. Alcuni generali sono stati silurati e i soldati si rifiutano di combattere”.

Per l’ala militarista, che controlla parte del potere a Khartoum, è stato un affronto inaccettabile, ma dietro l’espulsione si nasconde altro.

Pronk non ha mai amato i militari di qualsiasi bandiera. Anche il contingente italiano (a Khartoum per un breve periodo per la pace con il sud cristiano, ndr) ha avuto problemi con il rappresentante dell’Onu”, spiega al Foglio Barbara Contini, fino a gennaio inviata speciale dell’Italia in Darfur e ancora oggi coinvolta in progetti umanitari nella zona.

Non solo: la risoluzione dell’Onu dello scorso agosto, che prevedeva l’invio di circa ventimila Caschi blu in Darfur per dare il cambio alle asfittiche e inefficaci truppe dell’Unione africana è sempre stata respinta dal governo sudanese.

Il presidente Omar al Beshir e il suo vice Ali Uthman Muhammad Taha, eminenza grigia del potere e ispiratore della guerra in Darfur, non hanno mai digerito l’intrusione dell’Onu né il suo fastidioso rappresentante a Khartoum. Inoltre lo sbandierato accordo di pace dello scorso maggio fra il governo e un’unica fazione dei ribelli del Darfur, benedetto dall’Onu e dagli Stati Uniti, ha dimostrato tutti i suoi limiti.

Due terzi dei ribelli non hanno firmato alcun accordo, come poteva reggere la tregua?”, chiede Contini, che già in passato aveva previsto la ripresa dei combattimenti.

In effetti la pace è stata firmata solo da Minni Minawi, un leader e comandante carismatico del Sudan Liberation Army (Sla), che ha ottenuto il posto di consigliere della presidenza sudanese.

Ma l’Sla si è scisso a causa della tregua e la stessa sorte è toccata al Jem (Justice and quality movement), l’altro movimento armato del Darfur, che – assieme al gruppo dei “Redenti” dell’avvocato Abdul Wahid, residente nei grandi alberghi del Kenya – non ha firmato il trattato di pace.

Dopo le spaccature i ribelli del Darfur si sono compattati sotto un unico Fronte di redenzione nazionale, che agli inizi di ottobre ha ricominciato i suoi attacchi. Grazie alle armi catturate ai governativi e a quelle giunte da Ciad ed Eritrea, i ribelli hanno sconfitto l’esercito sudanese in due battaglie, umiliando i generali di Khartoum, che meditano vendetta. Il cessate il fuoco non esiste più.

Secondo Contini, uno dei leader emergenti del nuovo fronte ribelle è Idris Bahar, capo del Jem, “che sa stare con egual carisma in prima linea in mezzo al deserto, e in un’aula di Oxford”. In Europa conta su una fitta rete di esiliati e gli insuccessi dell’Onu – compreso il mancato arrivo dei Caschi blu – hanno spinto i ribelli ad attaccare.

La ripresa delle ostilità non riapre soltanto l’incubo dei 200 mila morti e dei due milioni di profughi già provocati dal conflitto. In alcune zone remote, come quella fra il nord del Darfur e la Libia, i terroristi islamici hanno rimesso in piedi i loro rifugi, sembra comprensivi di campi di addestramento.

A cinquanta chilometri da Nyala, il capoluogo del Darfur dove è stato costruito l’avamposto 55, un ospedale di primo soccorso italiano, è stata segnalata per almeno due volte la presenza di pezzi grossi di al Qaida.

L’Onu non funziona e tantomeno l’Unione africana – conclude Contini – L’unica soluzione è che gli americani impongano ai sudanesi un accordo. Si poteva fare attraverso la mediazione italiana, ma il governo di prima già ci sentiva poco, quello di adesso non ci vede proprio”.


Il Foglio del 24 ottobre 2006