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Inserito il 25-10-2006  
Se cede il Pakistan
Daniele Raineri


Il Pakistan è il primo governo nazionale a capitolare davanti ai potenti notabili di al Qaida. Lo ha fatto lo scorso 5 settembre. L’ufficiale politico della provincia del Waziristan del nord, Fakhr-i-Alam, scortato dal comandante in capo dell’esercito, è arrivato nel mezzo di un vecchio campo da calcio accanto a un edificio che un tempo lontano è stato un college, nella cittadella di Miramshah. Ha firmato per conto del governo centrale una resa segreta – ma lo è rimasta per poco – e inaudita con gli estremisti sunniti.

E’ il cosiddetto “accordo del Waziristan”. Tra le sedici clausole dell’accordo c’è scritto che Islamabad s’impegna a risarcirli in denaro (non meno di tre milioni di dollari) per i danni che hanno subito fino a oggi nei combattimenti; che l’esercito pachistano getta le armi ai loro piedi, e non oserà più condurre operazioni militari “né da terra né dal cielo” nelle aree tribali del nord; e che tutti i militanti talebani e gli appartenenti ad al Qaida catturati sin dall’inverno del 2001 devono essere liberati.

La loro immediata scarcerazione è stata accompagnata da una solenne garanzia di impunità: “Non sarete arrestati di nuovo”. Si tratta di almeno 2.500 estremisti sunniti. Tra di loro ci sono i complici nel rapimento e nello sgozzamento del giornalista americano Daniel Pearl, ufficiali deviati dell’esercito, i terroristi di un clamoroso dirottamento aereo in India ed ex comandanti talebani. Molti dei prigionieri rilasciati sono veterani della guerra santa afghana prima contro i sovietici e poi contro gli americani, e ora sono apparsi di nuovo a ingrossare le file della guerriglia.

Ma l’effetto più profondo, e a lungo termine, della resa è che il governo centrale ha cessato ogni pretesa di potere sulla provincia wazira del nord, una grande area al confine con l’Afghanistan.

I funzionari di Islamabad, quando la notizia è trapelata su Dawn, il più grande giornale nazionale in lingua inglese, hanno pietosamente tentato di spiegare che l’accordo del Waziristan non è la dichiarazione di sconfitta che sembra, ma è piuttosto la garanzia, finalmente, di un prossimo periodo di pace nelle turbolente aree tribali.

Sono stati i giornali della capitale, che attraverso i loro canali nell’ombra sono riusciti a procurarsi una copia della tregua, a scoprire la verità. Il Waziristan è un boccone enorme, ceduto soltanto nella speranza di placare ancora per un po’ il famelico coccodrillo del fondamentalismo sunnita.

Quella che nel patto diabolico è indicata anonimamente come “fareeq e doum”, “la seconda parte del contratto”, non è la comunità dei vecchi capi tribali, come è stato ufficialmente dichiarato dal governo, ma è invece la fazione dei nuovi zeloti in ascesa.

Basta dare un’occhiata ai nomi dei firmatari del documento, che fino al 5 settembre erano sulla lista dei ricercati del governo per terrorismo assieme a Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri, e che prima dell’accordo sarebbero stati subito arrestati a vista, se non uccisi, dall’esercito pachistano.

Al momento della firma – dice Syed Saleem Shahzad, il capo dell’ufficio pachistano di Asia Times, con entrature nei servizi segreti di tutta l’area – erano presenti come muti testimoni anche l’afghano Jalaluddin Haqqani, il più potente tra i nuovi condottieri talebani, sulla lista nerissima degli americani, e il leader del Movimento islamico del vicino Uzbekistan, Tahir Yuldashev.

Ora al confine della provincia di mezzo, oltre la quale per passi impervi e gole nascoste si sbuca direttamente nell’Afghanistan in guerra, stanno grandi cartelli rossi a lettere cubitali bianche, in lingua pashto e in inglese. Divieto d’ingresso agli stranieri. Gli stessi soldati locali lì si fermano e scendono dai gipponi. Non hanno più nessun’altra funzione che quella di bloccare e mettere in guardia i viaggiatori.

Il Pakistan finisce lì. Chi va avanti lo fa soltanto con il permesso dei nuovi padroni del Waziristan. Così Islamabad, senza farsi notare dai grandi media occidentali, ha riportato di colpo a zero il contatore della guerra al terrorismo nella regione.

La missione in Afghanistan della Coalizione ha per scopo principale privare i terroristi di uno spazio sicuro. Ma a cinque anni di distanza al Qaida ha di nuovo il suo spazio sicuro, e neanche troppo lontano da quello di prima. Ed è pure quella stessa area da dove nel gennaio del 2005 sono partiti Shehzad Tanweer e Mohammad Saddique Khan, due degli stragisti “english-born” di Londra.

Nel 2001, alla vigilia della liberazione di Kabul, gli analisti più pessimisti avevano avvertito: secondo lo scenario peggiore, le spire del terrorismo in fuga non avrebbero fatto altro che strisciare poco più a sud, per riarrotolarsi e guarire le proprie ferite ben al riparo dall’iniziativa degli Stati Uniti (e vale la pena ricordare che dal febbraio del 2005, secondo nuove regole d’ingaggio, l’esercito pachistano ha la consegna di sparare contro gli amici americani che oltrepassassero il confine per prendere i talebani).
E’ quello che è successo.

A dimostrazione del tracollo strategico, l’accordo del Waziristan è stato salutato con entusiasmo dai maggiorenti talebani e dagli appartenenti al primo cerchio di al Qaida, quello della shura, il consiglio che decide le azioni di guerra e i proclami ideologici. Anche il mullah Omar ha fatto avere, per i canali neanche troppo nascosti attraverso cui passano i suoi messaggi, la propria benedizione.

Il mullah Dadullah, uno dei sei comandanti militari dei talebani ai quali il mullah Omar ha lasciato piena e terrificante discrezionalità operativa, ha spiegato che, sebbene il presidente del Pakistan, Pervez Musharraf, debba essere considerato un nemico, con lui è ammissibile il negoziato: così a sud c’è un fianco finalmente coperto e si hanno le mani libere contro la Nato in Afghanistan.

Proprio Dadullah, “l’al Zarqawi afghano” per la sua ferocia, sopravvissuto a innumerevoli ferite – è senza una gamba – è una delle figure carismatiche dell’estremismo che prolifera vigoroso all’ombra dell’inerzia pachistana. Quando è alla testa di spedizioni di guerra ha una folle predilezione per le grandi battaglie contro nemici meglio armati e più avanzati tecnologicamente che – dice lui – esaltano il martirio collettivo molto più dei consueti blitz suicidi di piccola portata.

Un canale privato pachistano, Geo Tv, ha ricevuto la settimana scorsa una videocassetta di lui e della sua banda di mujaheddin in azione. In una prima parte il mullah cucina il pane per i suoi uomini, lo spezza con loro, insieme si abbeverano alle pozze tra le montagne. In una seconda parte lui accoglie a braccia aperte nel suo campo i volontari stranieri per le missioni suicide, e firma loro la “jannat ka parwana”, “il foglio d’ingresso per il Paradiso”.

Una terza parte del video è girata sul campo di battaglia: mentre un elicottero della Nato si allontana, tra il fumo e le fiamme e i resti dei veicoli il mullah taglia la testa a 27 soldati dell’esercito governativo di Kabul, a due donne e a due soldati inglesi (il settimanale del Corriere, Magazine, che non ha capito che cosa sta succedendo, la scorsa settimana titolava con allegria: “Talebani. Ma non dovevamo non rivederci più?”).

Il mullah Dadullah e sul fronte opposto il comandante della Nato, il generale inglese David Richards – che la settimana scorsa è volato a Islamabad per parlare faccia a faccia con lo stato maggiore pachistano – sanno entrambi che l’accordo del Waziristan potrebbe essere il grande cedimento nel fronte comune contro il terrore che finirà per ingoiare la missione dei soldati occidentali in Afghanistan.

Ora che dispongono di santuari sicuri appena al di là del confine, i talebani hanno già triplicato il numero delle offensive. Dieci giorni fa la polizia afghana ha arrestato 17 attentatori suicidi poco prima che colpissero: erano tutti pachistani provenienti dal Waziristan, e lì indottrinati e preparati. I talebani hanno risposto di averne pronti altri cinquecento: sono nascosti in basi dove le truppe della Nato non possono arrivare.

L’area wazira comincia a giocare in questa guerra lo stesso ruolo di sponda che ebbe la Cambogia ospitale con i vietcong nei primi anni Settanta. E intanto il nomignolo che i soldati britannici hanno affibbiato con cocente frustrazione al paese che difendono è: “Vietstan”, come raccontano nelle mail spedite dal fronte al Daily Times. “Se soltanto potessimo andare dieci miglia oltre il confine, a ‘Paksville’ – dicono i soldati – potremmo chiudere questa faccenda”.

Eppure, al di là della piccola cronaca della guerra santa che si racconta alla luce del giorno, nella lenta disintegrazione del Pakistan stato sovrano si prepara uno scenario notturno ancora peggiore.

I fondamentalisti sunniti vogliono le armi atomiche del Pakistan. Fanno loro gola perché sono vicine, perché sentono che sono alla loro portata. Le sei basi, in teoria segrete, dove l’arsenale pachistano è custodito non sono che a due sole ore di automobile – in alcuni casi – da quelle altre basi dove i miliziani si radunano e da dove ogni giorno attaccano.

Quando il jihad pachistano riuscisse a mettere le mani sulle armi nucleari, a nulla varrebbe la “virtù razionalizzante dell’atomo”, quella di cui ha scritto due settimane fa sul Monde Lucien Poirier – uno dei quattro generali francesi, che per ordine di De Gaulle negli anni Sessanta hanno sviluppato il programma atomico della Francia e la dottrina strategica conseguente.

La rivoluzione sunnita non sarà cioè legata per nulla a quel complicato equilibrio di deterrenza e minaccia reciproca che tiene lontani gli stati nazione dall’opzione nucleare. Non ci sarà nessun ostacolo, nemmeno religioso.

La nuova dottrina islamista si è confrontata con l’opportunità o no di usare l’arma atomica, così intonata a quell’ossessione di un fuoco purificatore della corruzione altrui che agita i suoi proclami.

Già nel maggio del 2003, lo sceicco saudita Nasir bin Hamid al Fahd ha emesso una fatwa che è un’autorizzazione lucidamente scritta, esauriente e ben documentata a usare armi di distruzione di massa contro gli “aggressori infedeli”.

Al Fahd ha fissato pure, sulla base dei lutti subiti dalla nazione islamica, la cifra della vendetta risarcitoria che è possibile pretendere: dieci milioni di morti.

Per questo il 13 settembre del 2001, il presidente Pervez Musharraf ha decimato d’improvviso i servizi segreti e le forze armate, ha fatto spostare le installazioni nucleari e ha creato una speciale commissione di fedelissimi per la loro sorveglianza. Ma intelligence (l’Isi, Inter services intelligence) ed esercito, le istituzioni più potenti del paese, restano senza possibilità di riscatto infiltrate dagli islamisti.

 Questo mese è stato scoperto un vasto complotto – una quarantina di arrestati, ma è una cosa che accade ogni anno – per uccidere Musharraf al ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti e rovesciare il suo governo.

Il meccanismo di attivazione di alcuni missili puntati contro il palazzo del presidente era stato innescato a distanza dal telefono cellulare di un giovane ufficiale dell’aviazione. Da lui si è risaliti agli altri cospiratori. Tutti appartenevano all’Awc, l’Aviation Weapon Complex, la branca delle forze armate che si occupa di tutti i sistemi missilistici e delle armi a lungo raggio. Incluse le testate atomiche (secondo le prime indiscrezioni, il luogo da cui il tentato colpo di stato è partito è proprio il Waziristan ormai fuori controllo).

Qual è allora la misura che ancora separa il fanatismo dei ribelli sunniti dal loro obiettivo finale? Ci sono già andati vicinissimi.

Nell’estate del 1999 fu il governo stesso del Pakistan a pensare di consegnare loro le atomiche. I militari – per paura di un’imminente invasione dall’India – contattarono in segreto i comandanti talebani che allora spadroneggiavano nel vicino Afghanistan per spostare da loro, al sicuro, parte della loro capacità nucleare.

Quella di Kabul sarebbe diventata di colpo la prima, inavvicinabile teocrazia islamica ad avere a disposizione l’arma dalla potenza risolutiva, con anni di anticipo rispetto al programma ambizioso del regime sciita di Teheran.

L’opzione fu presa in considerazione molto seriamente”, ha rivelato di recente una fonte di alto livello dell’esercito pachistano. “I talebani, con i quali avevamo strette relazioni – del resto provvedevamo loro addestramento e armi – avevano accolto la nostra richiesta a braccia aperte”.

Sono passati sette anni. Da allora il problema del programma atomico pachistano è stato come rimosso dalla coscienza del mondo. Anche se è un programma così pesantemente infiltrato dagli estremisti che è abbastanza corretto dire che il governo di Islamabad non teme che loro se ne impadroniscano, ma che lo riabbiano di nuovo indietro, nelle loro mani.

Due scienziati nucleari pachistani di alto livello, Sultan Bashiruddin Mahmood e Abdul Majid, sono stati interrogati da funzionari degli Stati Uniti per aver lavorato in Afghanistan negli anni precedenti al 2001.

I due hanno confessato di essere stati contattati da al Qaida per la costruzione di una piccola arma nucleare (alcuni ordigni nell’arsenale del Pakistan sono di potenza ridotta, circa la metà di quello di Hiroshima; pensati per fermare l’eventuale irruzione delle divisioni corazzate dell’eterno nemico indiano).

Mahmood, in particolare, è stato il miglior esperto a disposizione di Islamabad nella campagna segreta per produrre plutonio utilizzabile in armi nucleari: nel 1999 ha dichiarato pubblicamente che il Pakistan dovrebbe aiutare le altre nazioni islamiche ad avere la bomba atomica, e poi ha cominciato una pubblica campagna di sostegno a favore dei talebani.

Davanti agli americani, ammise di aver incontrato Osama bin Laden e il suo vice Ayman al Zawahiri prima che si scatenasse la grande caccia all’uomo dell’autunno del 2001, e di aver avuto con loro lunghe discussioni teoriche sulle armi nucleari.

Oggi è in libertà.

Secondo il New York Times, nel nucleare jihadista sono coinvolti anche altri due esperti atomici, Suleiman Asad e Muhammad Alì Mukhtar. Entrambi hanno lavorato a lungo in due installazioni segrete nell’equivalente pachistano del progetto Manhattan che nel 1945 diede l’atomica agli Stati Uniti.

Prima che gli investigatori americani riuscissero a raggiungerli, i due sono stati fatti espatriare a Myanmar, per collaborare a un non meglio specificato “progetto scientifico”. Oggi Asad e Mukhtar sono ancora là, al di fuori della portata dell’occidente.

Ma è lo stesso padre dell’atomica pachistana, il dottor Abdul Qadeer Khan, a rivendicare ancora oggi i propri legami con l’estremismo sunnita. Nell’aprile del 2001 fu addirittura l’ospite d’onore dell’ultimo raduno di Lashkar e Taiba, l’organizzazione terroristica delle bombe di Mumbai, ai cui comizi pubblici – prima che fosse bandita – non mancava di intervenire, per telefono, Osama bin Laden, anche negli anni in cui si nascondeva in Afghanistan e in Sudan


Il Foglio del 25 ottobre 2006