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Inserito il 29-10-2006  
L’occasione perduta dell’Ungheria
Lelio Lagorio


Il comunismo era una religione. La chiesa-madre stava a Mosca, il profeta era Stalin. Ebbene, nel volgere di pochi mesi nel 1956, col 20° congresso del partito comunista russo il popolo comunista si sentì dire dai dignitari della chiesa-madre che il profeta adorato era solo un feroce tiranno e poi, con l’invasione dell’Ungheria, quello stesso popolo comunista vide con i propri occhi che la chiesa-madre continuava a muoversi sulla strada brutale di Stalin. Qualunque religione sarebbe crollata sotto il peso di quelle tremende rivelazioni. Ma il comunismo, no.

Non c’era di che meravigliarsi. Già in passato c’erano stati eventi che avrebbero dovuto insegnare qualcosa a qualsiasi spirito libero, specialmente fra gli intellettuali.

Bastano gli Anni Trenta. Le stragi contadine e gli apocalittici processi staliniani in Russia, l’aberrante comportamento dei comunisti nella guerra di Spagna, lo scellerato patto Hitler-Stalin, l’aggressione alla Finlandia, la infausta scelta di quando, nel pieno della dittatura di Mussolini, con la cieca teoria del “socialfascismo” i comunisti additarono nel partito socialista il vero nemico da  battere.

Erano tutti avvenimenti che si conoscevano e che dovevano essere sufficienti per rifiutare il comunismo. E invece, no. In Italia, no, in questo nostro Paese che per una infinità di accadimenti era (e, in buona parte, è ancora) fra tutti i paesi occidentali quello che presenta nella sua vita organizzata i maggiori connotati sovietici.

Si dirà: ma c’era il fascismo, non c’erano i mezzi di informazione di massa. Vero, e tuttavia lo stesso è avvenuto in regime di piena democrazia quando studi e ricerche erano liberi e il mondo era già conquistato dalla televisione. L’informazione dunque non c’entra.

C’è qualcosa d’altro. Ed è che, quando una ideologia e un partito si trasformano in una religione, mettono radici profonde come le religioni anche se hanno torto, si ramificano nell’animo delle moltitudini perché promettono irrazionalmente il cambiamento del mondo e una liberazione dell’uomo senza confini. L’estremismo islamico dei nostri giorni ne è una riprova.

Con i fatti d’Ungheria, tuttavia, il comunismo italiano ebbe un colpo. Un certo numero di militanti comunisti disertò e chiese asilo politico al PSI, ma il PCI nel suo complesso non arretrò. Ben presto infatti riuscirà a diventare il più votato partito politico italiano.

A spingerlo indietro ci vorrà – ma avverrà più tardi – la vigorosa controffensiva del partito socialista che, rianimato e rinnovato con le scelte del Midas a Roma (estate ’76), aprirà una stagione di coraggiosa verità nella politica italiana. E i comunisti non ce l’hanno mai perdonata.

Oggi il comunismo è caduto, si è liquefatta la  chiesa-madre di Russia, è scomparso l’impero che aveva creato, la religione si è spenta ma la sua forma mentis no, residua tuttora molto di quel humus nel quale l’antica religione si era formata.

E’ il male oscuro della nostra  Repubblica. C’è ancora in giro, qui da noi, molta mentalità e molta tattica che erano patrimonio del comunismo, la sua prassi, la sua tecnica giacobina, quel suo gusto perverso dell’anatema e della guerra santa contro chiunque ti si oppone e ti resiste.

Nessuno, certo, disconosce che sotto le bandiere comuniste varie generazioni di italiani hanno combattuto generosamente molte buone battaglie ma la loro lunga fatica era legata ad una illusione, era una marcia verso il nulla. E anche questo va rimproverato alla classe dirigente del PCI.

L’Ungheria, cinquanta anni fa, poteva essere un tornante decisivo. Allora, alle sinistre italiane si offrì una grande occasione, quella di abbandonare la fallimentare utopia comunista e unificarsi in un grande movimento socialdemocratico finalmente maggioritario in Italia, liberale e liberatore. Non era impossibile. Bastava convocare un congresso e decidere. Ma i comunisti non vollero.

Alte dunque sono le loro responsabilità per i ritardi della nostra Repubblica. Responsabilità storiche. Questo è giusto sottolineare a cinquant’anni dai fatti di Ungheria. E irrita vedere, ancora oggi, tanti capi post-comunisti, che hanno seguito il comunismo senza riserve fino alla fine, ancora là alla ribalta del Paese a pretendere di dare lezione a tutti.