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Inserito il 5-11-2006  
La Cina colonizza l'Africa
Anna Bono


Si sta svolgendo a Pechino un vertice afro-cinese che ha portato nella capitale asiatica i presidenti e i capi di governo di 48 dei 53 Stati membri dell'Unione Africana. L'evento consacra un rapporto definito dai protagonisti del summit «di amicizia e collaborazione», ma che, se al posto della Cina ci fossero Stati Uniti o Unione Europea, verrebbe bollato senza esitazione come imperialista o neocoloniale dai terzomondisti no global.

La Cina inonda il continente con merci di bassa qualità danneggiando i produttori locali, vi esporta la propria manodopera togliendo lavoro agli africani qualificati, ottiene contratti per la costruzione di infrastrutture che realizza con materiali scadenti, estorce accordi commerciali di favore... Tutto quello, appunto, che i terzomondisti rimproverano da decenni all'Europa. Per ora a preoccuparsene invece sono i governi occidentali, qualche organizzazione non governativa e alcuni, pochi, africani.

Ma in questi giorni l'Africa è alla ribalta della scena mondiale, oggetto di discussioni e dibattiti, anche per altre ragioni.

L'ultimo rapporto sulla fame nel mondo pubblicato dalla Fao ha evidenziato infatti le difficoltà crescenti in cui versano le regioni africane subsahariane, dove, dal 1993 al 2003, in controtendenza rispetto agli altri continenti, la percentuale delle persone sottoalimentate è aumentata del 20%: permanendo la situazione attuale - sostiene il dossier - il traguardo di dimezzare la povertà secondo il programma Onu Millenium Goals, varato nel 2000, non sarà raggiunto entro il 2015 e anzi gli africani affamati saranno ancora di più.

Siccome però in Africa sembra essere vero tutto e il contrario di tutto, nelle stesse ore il rapporto annuale di un altro organismo delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale, indicava invece buone prospettive per il futuro del continente, al punto da prevedere che alcuni Stati siano in grado di dimezzare la povertà entro il 2010, anticipando di cinque anni il termine posto dal Millenium Goals.

L'ottimismo della Banca Mondiale, così come il pessimismo della Fao, si fondano su dati concreti: ad esempio, la riduzione dei conflitti, scesi da sedici a cinque, la crescita costante del Pil in 16 Stati, la generale riduzione dei tassi d'inflazione.

Tuttavia si è più propensi a credere alla Fao, sia perché i suoi dati sono confermati da altre agenzie come l'Unicef e l'Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo), sia perché la Banca Mondiale in passato ha preso degli abbagli clamorosi in Africa, come quando nel 1997 scommise sul Congo Brazzaville, attribuendogli stabilità sociale e macroeconomica proprio alla vigilia della sanguinosa guerra civile che portò poi al potere con la forza l'attuale presidente, Denis Sassou-Nguesso.

Il problema in Africa, in effetti, sono le apparenze di sviluppo e i simulacri di democrazia che rendono difficile valutare e prevedere. La crescita del Pil vuole dire poco senza investimenti produttivi, risparmio, rispetto dei diritti umani. La stabilità sociale può dipendere dall'efficacia, e dalla ferocia, con cui un'etnia si è imposta sulle altre riducendole all'impotenza. Le istituzioni democratiche si rivelano una trappola se diventano strumenti per legittimare personaggi irresponsabili e corrotti.

Al vertice di Pechino, comunque, le contrastanti valutazioni di Fao e Banca Mondiale non sono all'ordine del giorno e probabilmente interessano poco. Non è lo sviluppo umano in Africa che si propone la Cina, ma di acquistarvi materie prime a prezzi vantaggiosi e nella quantità necessaria e di aprire mercati per le proprie merci. Non è detto che il risultato sarà peggiore di quelli ottenuti dal modello assistenziale e statalista adottato dalla cooperazione allo sviluppo europea.


Dal sito www.ragionpolitica.it