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Inserito il 7-11-2006  
La Cinafrica


Doppi aiuti, 8 miliardi di dollari in prestiti e un patto culturale. E’ la rivoluzione equatoriale di Pechino.

Dimenticato per anni, il continente nero è divenuto così importante per la Cina da meritare un “piano di partnership strategica” consacrato dal recente Summit di Pechino, alla presenza di tutta la dirigenza cinese. Il Forum di cooperazione sinoafricana si è riunito per la terza volta, ma ha assunto quest’anno la caratteristica di un vero e proprio vertice.

Nel 2000 a Pechino erano presenti soltanto quattro capi di stato africani che sono divenuti sei nel 2003 ad Addis Abeba per il secondo appuntamento. Quest’anno erano 41 (su 48) i paesi presenti.

Tutto è stato pensato per piacere agli interlocutori: il Forum si è svolto nella sala del comitato centrale, ma non nello stile solito: tutti attorno a una gigantesca tavola rotonda, “democraticamente” sullo stesso piano, come nei vertici dell’Unione africana.

Anche il patto proposto da Pechino tiene conto delle suscettibilità dei partner e a questo scopo utilizza l’antico frasario ideologico d’epoca maoista, in versione moderna: la cooperazione sarà “win-win”, cioè reciproca e senza imposizione di modelli.

Qui si cela anche il disinteresse cinese per la democrazia, mascherato dalla usuale formula di “non ingerenza” negli affari interni: una “benedizione” per Omar Beshir del Sudan, Robert Mugabe dello Zimbabwe o altri dittatori.

I cinesi si impegnano a sostenere le “soluzioni africane ai problemi africani” e accettano di non perseguire il monopolio delle fonti energetiche africane (una preoccupazione di chi fa affari con l’occidente).

La dichiarazione finale si apre col riferimento alla vecchia “cooperazione sud-sud”: la Cina si presenta come un paese del sud ed è stabilita una “relazione tra eguali”. Segue la richiesta di maggior rappresentatività per l’Africa all’Onu (leggi: Pechino sostiene più posti africani nel Consiglio di sicurezza), ma anche l’impegno africano per la politica di “una sola Cina”. In questi anni le ambasciate di Taiwan, una volta numerose, sono diminuite a vista d’occhio, rimanendo soltanto in rari paesi.

L’unico paese africano che riesce a far affari con la Cina popolare ma ha relazioni diplomatiche con Taipei è il Burkina Faso, assente dal vertice assieme a Gambia, Malawi, São Tomé e Swaziland.

C’è un forte impegno cinese a raddoppiare gli aiuti gratuiti, anche se in due giorni sono stati conclusi affari per quasi due miliardi di dollari, senza alcuna informazione aggiuntiva, a parte il contratto per la ferrovia di 1.300 chilometri in Nigeria per un valore di otto miliardi di dollari. Per questo saranno inviati a Lagos cinquemila lavoratori cinesi.

La promessa più grande è quella di prestiti agevolati per otto miliardi di dollari, molto di più di altre fonti occidentali (gli Stati Uniti ne danno 3,5; la Banca mondiale 2,5; la Francia 3). Dal momento che tali denari a basso costo facilmente rientrano nelle politiche di cancellazione del debito (che la Cina persegue in maniera strettamente bilaterale), si tratta quasi di un dono. Inoltre i crediti cinesi non hanno alcun vincolo né condizionamento politico o sui diritti umani.

L’obiettivo di Pechino è di giungere a cento miliardi di dollari di interscambio commerciale annuo con l’Africa (oggi è a circa 50). Un fiume di denaro cinese sta prendendo la via del continente nero in cambio di un fiume di petrolio.

Il patto Cina-Africa ha per la prima volta anche un capitolo culturale. Si stabilisce il principio degli scambi di studenti e borse di studio; un primo centro culturale “Confucio” è già sorto a Nairobi; si è parlato della questione della lingua e delle traduzioni.

Se l’Europa, già in ritiro economico dal continente, perde anche la sua preminenza culturale e linguistica, la Cina avrà definitivamente fatto dell’Africa un suo territorio.


Il Foglio del 7 novembre 2006