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Inserito il 16-11-2006  
Battaglie anti-occidentali
Anna Bono


Le battaglie d'immagine, quelle che servono a concentrare disprezzo e odio sull'Occidente, rappresentandolo come la peggiore delle civiltà, le stiamo perdendo proprio tutte. Gli avversari colgono qualsiasi pretesto per attaccarci su questo fronte e noi non soltanto non contrattacchiamo pur avendo infinite occasioni di farlo, ma non disponiamo neanche di una linea di difesa capace almeno di contenere i danni.

L'ultima battaglia d'immagine ha coinciso con la pubblicazione del rapporto 2006 dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, intitolato quest'anno «Oltre la scarsità: potere, povertà e crisi globale dell'acqua». Vi si legge che più di un miliardo di persone non dispone di acqua potabile e che 2,5 miliardi vivono in condizioni igieniche inadeguate per mancanza di sistemi fognari. Per questo ogni anno 1,8 milioni di bambini muoiono, vittime di malattie gastrointestinali come il colera e la dissenteria.

Lo schieramento no global ha immediatamente trasformato i numeri di una tragedia reale in ragioni di denuncia del cosiddetto «nord del mondo», attingendo come sempre alla scienza di comodo che fornisce il materiale di consumo per il fronte antioccidentale.

In prima linea troviamo Riccardo Petrella, docente di economia politica e consigliere della Commissione Europea, nonché segretario del comitato italiano del «Contratto mondiale sull'acqua», un movimento nato per realizzare gli obiettivi di equa distribuzione dell'«oro blu» contenuti nel «Manifesto dell'acqua» che fu redatto nel 1998 da un comitato internazionale presieduto dallo stesso Petrella e dall'ex premier portoghese Mario Soares.

«Il capitale si impadronisce delle risorse - è stato il suo commento - e la cultura dominante sceglie la mercificazione della vita. Gli oppressi e gli sfruttati sono la causa della ricchezza altrui... Non è un problema di scarsità di fonti idriche, ma di strutture di potere che usano la propria forza per togliere l'accesso ai poveri... Sennò la Coca Cola dove prende l'acqua per riempire 70 miliardi di bottiglie all'anno?».

Già il leader libico Muammar Gheddafi, intervenendo a settembre alle celebrazioni dell'anniversario della nascita dell'Unione Africana, si era domandato da dove la Coca Cola prendesse non solo l'acqua, ma anche tutti i suoi ingredienti.

La risposta del Colonnello era stata che sono estratti da piante africane: «Lo stesso discorso vale per la Pepsi e la Kiti Cola. Le essenze contenute nella bevanda provengono dai nostri alberi e per questo le grandi multinazionali dovranno impegnarsi a riconoscerci un compenso».

Adesso con Petrella si scopre che se non esistesse la Coca Cola i poveri avrebbero 70 miliardi di bottiglie d'acqua in più da bere, senza contare Pepsi e Kiti Cola. Magari, aggiungendo ad esempio la produzione delle bibite Virgin e, nel nostro piccolo, di tutto il vino imbottigliato in Italia, la crisi globale dell'acqua potabile sarebbe risolta.

Proprio come il problema della deforestazione, per cui basterebbe un po' di buona volontà.

Lo ha appena spiegato a Nairobi, Kenya, dove è in corso il vertice mondiale sui cambiamenti climatici e sul Protocollo di Kyoto, il premio Nobel per la pace 2004, la kenyana Wangari Maathai, lanciando una campagna internazionale per piantare un miliardo di alberi entro il dicembre 2007: «Chiunque può scavare un buco, piantare un albero in quel buco e innaffiarlo. E chiunque può prendersene cura perché sopravviva... Siamo sei miliardi. Se anche solo un sesto di noi piantasse un albero, avremmo raggiunto il nostro obiettivo".

Intanto nelle strade di Nairobi decine di bambini preceduti da una banda musicale di detenuti venivano fatti sfilare per chiedere all'Occidente, «responsabile dell'aumento della temperatura», un fondo speciale per consentire all'Africa di fronteggiare la minaccia climatica: brandivano cartelloni con la fotografia del presidente degli Stati Uniti e la scritta «ricercato per crimini contro il pianeta».

Il giorno prima era stata la volta dei pastori Maasai guidati dal loro portavoce, Sharon Looremetta: «Il mio popolo non viaggia in 4x4, non parte per il week end, non va in vacanza in aereo, ma siamo noi a sopportare le conseguenze del cambiamento climatico».

A essere pignoli, però, va detto che non tutti i Maasai patiscono allo stesso modo, come si deduce dalle stesse parole di Looremetta: «Non piove da tre anni, i bambini non vanno a scuola dovendo camminare per chilometri per cercare l'erba per gli animali; le donne passano la giornata a cercare acqua e non possono più svolgere attività per guadagnarsi da vivere».

Si deve sapere che nella cultura Maasai cercare erba, acqua e legna, ma anche costruire le capanne, cucinare, accudire il bestiame, sono lavori per donne e bambini, assolutamente interdetti ai maschi adulti.


Dal sito www.ragionpolitica.it