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Inserito il 3-12-2006  
Litvinenko e la disinformatija italiana
Paolo Della Sala


Sul caso del colonnello russo La Repubblica e i grandi giornali scrivono le loro pagine peggiori

La Repubblica guida il coté disinformativo, il resto della truppa si limita a tacere, presentando il caso del colonnello Litvinenko come una spy story dal sapore esotico. Il ruolo di Repubblica/Pravda è grave. Non cito a caso il nome del quotidiano del partito comunista sovietico accanto a quello del quotidiano fondato da Scalfari. Entrambi pretendono di raccontare la verità (“pravda” significa “verità” in russo), entrambi hanno avuto successo.

Tuttavia La Repubblica continua a essere apprezzato dai benpensanti del nostro Paese, mentre il quotidiano russo venne presto irriso dai suoi lettori, che lo accomunavano a un altro giornale del partito, HYPERLINK "http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Izvestija&action=edit" o "Izvestija" Izvestija facevando circolare il proverbio “Nella verità non ci sono notizie e nelle notizie non c'è verità”.
 
Anche nell’Italia di questi mesi può valere una simile definizione: “Nella Repubblica non c’è verità, e La Repubblica non è nella verità”. Oggi il giornale diretto da Ezio Mauro accusa la Mitrokhin, parlando di polonio 210. Come se Caino accusasse Abele di averlo assassinato.

Il giornale di Scalfari era andato all’attacco pubblicando un’intervista di due anni fa, una manovra di disinformacjia, che aveva lo scopo di spostare su Berlusconi il dito accusatorio, dimenticando di dire di cosa Litvinenko stava discutendo con gli italiani: delle rivelazioni su Prodi.

E’ un caso di silenzio volontario come non si vedeva dai tempi del fascismo.

Chi ha rivelato che il Presidente del Consiglio veniva ritenuto vicino al regime comunista viene ucciso, e Repubblica parla solo di Russia e di Berlusconi.

A noi non interessa sapere se l’ipotesi di Trofimov (ucciso anche lui), riferita da Litvinenko a Scaramella, corrisponda al vero. Tuttavia chiediamo al lettore: se Litvinenko avesse accusato Bush e alcuni settori del partito repubblicano di essere legati al vecchio potere sovietico, la stampa americana se ne sarebbe occupata ampiamente sì o no? E’ questo il nocciolo della questione.

Il fatto è che in Italia è successo proprio questo, solo che nessuno parla e, anzi, si accusa chi ha provato ad accusare. Inoltre non si può pensare a Litvinenko e al suo gruppo, come a dei semplici profittatori, dal momento che hanno pagato tutti con la vita.

Noi siamo convinti dell’innocenza di ogni indagato, fino a prova contraria, ma non apprezziamo affatto il silenzio omertoso della nostra informazione, che peraltro va contro gli stessi interessi degli esponenti della sinistra.

A noi non interessa sapere se le cose stanno come dice Guzzanti o come dice Scalfari. Non è nemmeno importante sapere se la Commissione Mitrokhin ha lavorato bene o se è stata bloccata da paure, veti, inconsistenza. E’ il silenzio dei media, dal Corriere della Sera a Radio Radicale, l’aspetto grave di questa vicenda.

La stampa ha toccato l’apice il 28 novembre, con un abbraccio mortale col governo. Il ministro degli interni Amato ha dato disposizioni a polizia, carabinieri, finanza e al nuovo Sisde ritargato giusto in tempo, di verificare “un eventuale coinvolgimento di uomini del Sisde nelle attività che ruotarono attorno alla Commissione Mitrokhin”.

E’ un atto da Stato di polizia. In effetti sarebbe stato commendevole e auspicabile un coinvolgimento di tutto il paese nell’accertamento della verità. Invece si accusa la Mitrokhin di aver indagato sugli esponenti di sinistra. In che direzione avrebbe dovuto indagare?

Arriva subito il rilancio delle Quinte colonne: il Prc si appella ai presidenti delle Camere; il ministro Pecoraro parla di “scandalo”; il Pdci chiede che Guzzanti si dimetta da senatore. Repubblica dedica una pagina intera a questa deviazione della corretta informazione, senza dare nessuna voce alle repliche di Guzzanti.

Il caso Litvinenko non è l’unica evidenza negativa: la stampa globale e di sinistra continua a fabbricare un mondo che non c’è: si accusano gli americani per Guantanamo e nel contempo non si dice all’opinione pubblica italiana che i francesi hanno fatto una strage in Costa d’Avorio. Si parla male di Sharon mentre il Chavez delle stragi del 2001 è un santo. Le tremende immagini delle decapitazioni e delle torture dei cristiani in Indonesia non arrivano. Si parla di missioni di pace in Libano ma nel Darfur, dove sono morti 200.000 “negri” per mano dei gruppi salafiti legati al Sudan e all’Arabia saudita binladista, non c’è nessuna missione di pace, così Veltroni e D’Alema tacciono come pesci morti.


L'Opinione delle Libertà del 29 novembre 2006