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Inserito il 5-12-2006  
Cari azzeccagarbugli, difendersi "dal" processo è puro garantismo
Giuliano Ferrarra


Per anni Previti e Berlusconi sono stati accusati barbaramente di difendersi dal processo e non nel processo. Ora si scopre che avevano ragione di farlo, come dicevamo solitari noi garantisti. Ragione giuridica, perché il processo Sme era semplicemente farlocco, ingiusto, secondo una sentenza definitiva della Cassazione.

Già l'accusa di difendersi dal processo era uno sgorbio degno di una cultura di serie B, perché la forma legale nel processo è sostanza. Ma ora questi saccenti azzeccagarbugli hanno di che riflettere sulla loro posticcia idea di quel che è legale e quel che non lo è.

Ma ecco come ragionano i magistrati italiani di punta, il fresco ex presidente della Cassazione Nicola Marvulli e il fresco deputato diessino Gerardo D'Ambrosio, già capo mitico della procura di Milano e dei suoi pool di cui custodiva "la linea".

Di fronte a una sentenza inappellabile della suprema corte, che liquida come nullo l'intero processo Sme, il cassazionista dice al Corriere (sabato 2 dicembre) che i magistrati e i giudici di Milano sono stati «ostinati», che «hanno sbagliato» pur essendo stati ammoniti e avvertiti in una sentenza del 2003, che «hanno procurato un danno alla giustizia» perché quel processo ora finirà con la prescrizione dei termini a favore degli imputati.

Marvulli parla di Ilda Boccassini, di Gherardo Colombo, dello stesso D'Ambrosio e dei giudici che hanno seguito le orme dell'accusa con le loro sentenze invalide in radice, invalide perché pronunciate da un tribunale non naturale, non scelto secondo le regole del diritto, insomma un giudice che si è forzato a essere tale in modo capriccioso e arbitrario, per ostinazione (e poi vedremo che cosa ci potrebbe essere dietro questa ostinazione).

Sono loro gli ostinati che hanno sbagliato e hanno arrecato un grave danno alla giustizia. Sono loro gli eroi del forcaiolismo pre e paragirotondino, i dannati di noi garantisti, gli avversari della destra berlusconiana cosiddetta (il loro idolo, Di Pietro, è ministro di Prodi, e il loro archetipo, D'Ambrosio, è deputato del maggior partito della maggioranza).

Secondo Marvulli il cassazionista, dunque, gli eroi del principio di legalità applicato a tutti, potenti compresi, sapevano benissimo che sarebbe andata a finire così, e per parlare come loro "non potevano non sapere".

La presunta corruzione era un'accusa a carico di un giudice che operava a Roma, il tribunale competente a decidere era quello di Perugia. Marvulli, che ha avuto comportamenti ripetuti e atteggiamenti declaratorii fieramente antiberlusconiani, dunque non è nell'anticamera del sospetto di questi maramaldi della giustizia che scrivono e parlano in una tv da piccola gogna in supporto dei magistrati d'assalto, sostiene che la cosa era pacifica.

Milano, che si era presa il processo a forza di cannonate giudiziarie, perquisizioni e spiate di vario genere, nella generale complicità dei media e dei loro editori atterriti dalla forza minacciosa delle toghe, e dei partiti politici a cui conveniva la grande crociata contro la banda dei delinquenti berlusconiani, se lo è tenuto con gelosa pertinacia nonostante l'evidenza suggerisse, per la dignità della giustizia (dice Marvulli), che era bene, era giusto, era legale disfarsene a favore del giudice legale, quello di Perugia.

Con quali conseguenze? Dalle parole di Marvulli, dopo la confessione scaricabarile, viene fuori una concezione neoborbonica della giustizia: la sola conseguenza negativa della sentenza della Cassazione è che purtroppo non si può più giudicare (e magari condannare, ma su questo Marvulli è prudentemente riservato) Previti Berlusconi e Squillante.

Non lo sfiora l'idea, la semplice idea, che la prescrizione seguita all'annullamento possa certo defraudare l'accusa della sua vocazione a ottenere la condanna, peraltro sancendone l'incapacità o comunque lo scacco professionale; ma un processo quasi decennale contro persone pubbliche, leader politici e magistrati di rango può inquinare gravemente la vita e la storia di una Repubblica, oltre che pregiudicare le persone interessate in modo micidiale, come potrebbe accadere a chiunque quale che sia la sua potenza sociale, obbligandole a difendersi davanti a un giudice che, come loro stesse hanno detto nel processo, avendo ragione, non era il loro giudice naturale.

Quanto a D'Ambrosio, difende in modo grottesco i pm di Milano, dicendo che non c'entrano affatto con la decisione cocciuta di tenersi lì il processone ad ampia risonanza e influenza politica, perché quella è responsabilità dei giudici di tribunale che sono cosa diversa (improvvisa separazione delle carriere) dai pubblici ministeri. E fin qui, banale autodifesa corporativa.

Poi aggiunge che la Cassazione ha fatto come Ponzio Filato, cioè che «è come se avesse detto: "non ti posso assolvere ma ti do la possibilità di uscirne fuori con la prescrizione"». E questa è un'accusa peggiore, molto più volgare, di quella di "politicizzazione" in atti giudiziari per la quale ordinariamente i magistrati fanno condannare dai loro colleghi, per diffamazione, i giornalisti seri che la formulano caso per caso o in via generale.

Infine D'Ambrosio, anzi l'onorevole D'Ambrosio che vota a ripetizione la fiducia al governo Prodi-Di Pietro dopo essere stato eletto per cacciare Berlusconi in base alla sua fama di ex pm milanese, afferma senza ridere di se stesso: «Mi rifiuto solo di pensare che ci siano giudici che si lasciano condizionare dal clima politico. Se dovessi scoprire un giorno che ce ne sono, non crederei più nella giustizia».

E noi, invece, dovremmo credere a tipi come D'Ambrosio.


Il Foglio del 4 dicembre 2006