Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
La mia Africa
Commenta l'articolo
Inserito il 5-12-2006  
Africa, quando i fondi per la pacificazione non creano pace
Anna Bono


L'influenza no global all'interno delle istituzioni politiche e culturali italiane riesce a far prevalere la convinzione che ogni crisi africana sia colpa di Europa, Stati Uniti e Israele, e che sia quindi doveroso un risarcimento, peraltro mai adeguato all'entità dei danni provocati.

Perciò è vano sperare che il nostro attuale governo possa mai farsi promotore presso l'Onu e l'Unione Europea di una campagna per ridurre le spese di pacificazione dell'Africa, o almeno per riconsiderarne la destinazione, alla luce degli scarsi o nulli risultati spesso raggiunti.

Tuttavia, per il bene dei contribuenti italiani che devolvono inutilmente milioni di euro a beneficio di popoli lontani, e nell'interesse di quegli stessi popoli che continuano a patire, è proprio questo che andrebbe fatto: un bilancio di costi e resa delle iniziative intraprese, soprattutto in relazione ai recenti sviluppi verificatisi nelle vicende di alcuni Stati africani.

In Somalia, dopo 15 anni di interventi militari di interposizione, di mediazione diplomatica per portare a un tavolo di negoziato i clan contendenti e tenerceli e infine di assistenza umanitaria ininterrotta, il risultato è ancora guerra tra clan: incapaci, adesso come all'indomani della caduta del dittatore Siad Barre nel 1991, di spartirsi il potere e governare insieme.

L'Unione delle Corti Islamiche, creatasi dall'alleanza di clan e lignaggi di tendenze integraliste che pure avevano acconsentito alla costituzione di un governo e di un parlamento di transizione, controlla Mogadiscio e parte del territorio nazionale, mentre le istituzioni politiche ufficiali sono arroccate nella città di Baidoa, difese da militari inviati dall'Etiopia.

Il timore di un'estensione del conflitto è confermato dalle ultime dichiarazioni del ministro etiope Meles Zenawi che, forte del sostegno del suo parlamento, ha appena dichiarato di essere pronto a difendere gli interessi del suo Paese contro le Corti somale e contro chi le sostiene, inclusa l'Eritrea, nemica di sempre di Addis Abeba, con la quale resta aperta la questione della demarcazione del confine di 1.000 chilometri tuttora presidiati da una missione delle Nazioni Unite.

Intanto il 28 novembre le Corti hanno organizzato a Mogadiscio una manifestazione contro Etiopia e Stati Uniti, questi ultimi avversati per la loro posizione favorevole all'istituzione di una missione di pace africana e alla sospensione dell'embargo alle armi imposto alla Somalia dal 1992, che impedisce al governo di armarsi adeguatamente.

«Se sarà tolto l'embargo e incomincerà una guerra, chiederemo agli islamici di tutto il mondo di venirci ad aiutare nel nostro jihad contro l'Etiopia», ha dichiarato Yusuf Indho Adde, facente funzione di ministro degli Interni delle Corti. Due giorni dopo un'autobomba, forse guidata da un terrorista suicida, è esplosa a un posto di blocco alla periferia di Baidoa, vicino al presidio delle truppe etiopi, e nessuno dubita che il mandante dell'attentato sia l'Unione delle Corti.

Notizie deludenti giungono anche dall'Uganda, uno dei Paesi africani più assistiti dall'Occidente, dove l'eventualità di una imminente soluzione del conflitto che da 20 anni attanaglia il nord, al confine con il Sudan, si fa sempre meno probabile.

Il Lord Resistance Army, Lra, guidato da Joseph Kony, è il movimento armato antigovernativo responsabile dell'instabilità delle regioni settentrionali abitate dall'etnia Acholi. La ferocia dei guerrieri di Kony ha sconvolto il mondo: amputazioni di labbra, orecchie, piedi e mani inflitte alla popolazione a scopo intimidatorio, rapimento di decine di migliaia di bambini costretti a combattere, saccheggi, stupri, villaggi interi distrutti.

Per questo la maggior parte della gente vive da due decenni in campi protetti dall'esercito, il che non torna a danno del governo centrale dal momento che gli Acholi rappresentano una minaccia per l'attuale presidente, Yoweri Museveni, di cui non hanno mai accettato la leadership.

Ad agosto, dopo altri inutili tentativi, un accordo di massima aveva finalmente portato alla sospensione delle ostilità, all'avvio di negoziati e all'individuazione di due campi dove far confluire le milizie di Kony.
 
Ma da allora la situazione è sostanzialmente in stallo. L'Lra teme che i campi di raccolta siano una trappola mortale, i negoziati con sede a Juba, capitale del sud Sudan, sono interrotti ormai da due settimane e il 29 novembre i vertici Lra hanno confermato di non volerli riprendere per il momento.

In realtà tutti sanno che la soluzione del conflitto si è fatta remota, se non impossibile, da quando il Tribunale Penale Internazionale, la costosa e per il momento inutile corte istituita nel 2002 per giudicare reati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, ha spiccato cinque mandati di cattura contro Joseph Kony e quattro suoi luogotenenti. I vertici dell'Lra sono disposti ad arrendersi solo a condizione di entrare nel governo e di poter integrare i propri guerrieri nell'esercito ugandese.


Dal sito www.ragionpolitica.it