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Inserito il 5-12-2006  
E' crisi diplomatica tra Francia e Rwanda
Anna Bono


Non è di poco conto l'accusa rivolta dal giudice francese Jean-Louis Bruguière al presidente del Rwanda, Paul Kagame, e a nove suoi stretti collaboratori: si tratta niente meno che di «presunta partecipazione» all'attentato che il 6 aprile 1994 provocò lo schianto dell'aereo che stava atterrando nello scalo della capitale rwandese, Kigali, con a bordo Juvenal Habyarimana, il presidente di allora, espressione dell'etnia Hutu al potere; con lui viaggiavano il presidente del vicino Burundi, Cipryen Ntaryamira, anche lui un Hutu, due ministri, alcuni esponenti dei vertici militari e tre membri dell'equipaggio di nazionalità francese. Morirono tutti e immediatamente l'etnia Hutu iniziò una caccia all'uomo con l'intento di sterminare tutti i Tutsi, la minoranza etnica del Paese, ritenendoli responsabili dell'attentato.

In realtà si pensa che a ordinare di abbattere l'aereo presidenziale siano stati i clan Hutu esclusi dal governo e i politici, sempre Hutu, contrari alla realizzazione di un governo di unità nazionale comprendente la minoranza Tutsi. Furono certamente loro a istigare la furia omicida degli Hutu che, secondo le stime ufficiali, uccisero in 100 giorni 937.000 persone per la maggior parte di etnia Tutsi.

Poi le milizie Tutsi del Fronte Patriottico Rwandese, guidate da Paul Kagame, provenienti dall'Uganda dove si erano addestrate e armate per anni sotto la protezione del governo di Yoweri Museveni, raggiunsero la capitale mettendo in fuga centinaia di migliaia di Hutu, che cercarono di sottrarsi alla vendetta riparando nei Paesi vicini, soprattutto nell'attuale Repubblica Democratica del Congo.

Se davvero fossero i mandanti dell'attentato, Kagame e i suoi uomini avrebbero deciso di conquistare il Rwanda al prezzo di una carneficina spaventosa e correndo il rischio di ritrovarsi al potere in nome e per conto di un'etnia - quella Tutsi - praticamente estinta. Per ora non sono in molti a crederlo.

Tuttavia il giudice Bruguière il 23 novembre ha convalidato nove mandati d'arresto per i collaboratori di Paul Kagame e ha chiesto la citazione di quest'ultimo davanti al Tribunale penale internazionale per il Rwanda che dal 1995, nella sua sede di Arusha, Tanzania, giudica i maggiori protagonisti del genocidio.

Per parte sua Kigali ha respinto ogni addebito e non si è limitata a questo: il 24 novembre ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Francia, ha richiamato il proprio ambasciatore a Parigi e ha dato 24 ore di tempo a quello francese in Rwanda, Dominique Decherf, per lasciare il Paese.

Il 27 novembre tutte le istituzioni francesi, incluso il Centro culturale e la scuola internazionale «Antoine de Saint-Exupéry», hanno ricevuto l'ordine di chiudere e il loro personale è stato invitato a lasciare il Rwanda entro 72 ore. Inoltre sono state sospese le trasmissioni di Radio France Internationale.

La crisi dunque è seria, tanto più che si inserisce in un contesto regionale reso già abbastanza instabile dall'estendersi di due conflitti: quello sudanese del Darfur e quello somalo.

Le eventuali ripercussioni sull'assetto regionale di un indebolimento di Paul Kagame rendono gradita l'iniziativa francese a coloro che non credono nel genocidio Tutsi e anzi pensano che il vero genocidio sia stato commesso dal Fronte Patriottico Rwandese a cui imputano lo sterminio di un numero incalcolabile di Hutu durante e dopo la presa della capitale.

Secondo i sostenitori di questa versione della storia, l'impunità garantita alla leadership Tutsi vittoriosa, mai chiamata a rispondere dei propri misfatti di fronte al Tribunale di Arusha, si dovrebbe ai maneggi di Israele, che ritengono grande alleato di Kagame, e quindi degli Stati Uniti, influenzati dalle loro potenti lobbies ebraiche.

Israele e Stati Uniti sarebbero anche responsabili del conflitto civile sudanese, per il sostegno che fornirebbero ai movimenti armati antigovernativi del Darfur, e di quello somalo, per l'appoggio al governo di transizione nella sua lotta contro l'Unione delle Corti Islamiche che avrebbe determinato l'affermarsi della componente fondamentalista all'interno delle Corti.


Dal sito www.ragionpolitica.it