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Inserito il 9-12-2006  
Il buonismo fa male. La spesa equosolidale rovina l'ambiente
Andrea Morigi


Senza l'uso di concimi occorre praticare un'agricoltura estensiva che incentiva la deforestazione.

Dietro la brillante operazione di marketing legata al commercio equo e solidale, il mercato alternativo che mette in vendita i prodotti del Sud del mondo, c'è un equivoco. Acquistare caffè "direttamente" dal produttore potrà anche far sentire la coscienza (politica) a posto, ma di certo non migliora l'ecosistema.

L'attacco frontale arriva dal settimanale londinese The Economist, che consacra una dubitativa copertina al "Buon cibo?", illustrata da una pera con un bollino di garanzia e con una breve spiegazione, solo due righe ma prive di formule interrogative: «Perché la spesa etica danneggia il mondo».

La rovina ecologica

Ne sono così convinti, nella redazione londinese, da utilizzare l'editoriale principale del numero in edicola per smontare la bufala del "fair trade" che pretende di combattere l'ingiustizia economica, lo sfruttamento dei lavoratori, l'inquinamento e lo spreco di risorse.

In primo luogo, è falso che le colture biologiche, spacciate per ecocompatibili, siano le più rispettose della natura. Al contrario, senza concimi chimici, occorre praticare un'agricoltura estensiva e, di conseguenza, si incentiva la deforestazione.

Una logica che sfugge ai paladini dei cibi organici, ma non al premio Nobel per la pace Norman Borlaug che, benché sia il padre della "rivoluzione verde", offre qualche dato statistico per smentire le teorie catastroflste: la produzione mondiale di cereali è triplicata tra il 1950 e il 2000, ma la superficie coltivata, nello stesso tempo, è salita soltanto del 10 per cento.

È questo il progresso compatibile, quindi. A cui si oppongono i profeti di sventura ignari che, invece, più articoli "politicamente corretti" si comprano e più si distrugge il pianeta.

Anche dal punto di vista energetico i metodi alternativi non convengono a nessuno. Né ai contadini del Terzo Mondo, né ai consumatori delle società industriali e capitaliste.

Si spreca più carburante per produrre una tonnellata di cibo cosiddetto "sano" di quanto se ne utilizzi per ottenerla con le tecniche convenzionali. Senza contare il costo sensibilmente maggiore dei trasporti, nel primo caso. Ed ecco uno dei motivi per cui gli alimenti "nobili" costano più degli altri.

Se servisse almeno a far vivere meglio le popolazioni in bilico sul crinale del sottosviluppo, la sensibilità etica si potrebbe giustificare. Eppure anche quest'ultimo mito si sfata sulle pagine dell'organo di stampa britannico.

È vero che il contadino guadagna un po' di più, perché gli viene concessa una percentuale più alta del prezzo del sacchetto di caffè, ma così lo si spinge a produrre di più e, come è noto quasi a tutti, per una legge economica fondamentale, se l'offerta cresce i prezzi calano.

Il gioco sembra destinato a non reggere nel tempo, a parere dell'Economist, che in realtà vi scorge una finalità politica: paradossalmente e contro ogni evidenza, riempirsi la borsa della spesa con le specialità più esotiche è diventato un atto politico, una protesta contro i cambiamenti del clima e il surriscaldamento dell'atmosfera.

E, soprattutto, sui prodotti alternativi, aleggia un sospetto. «Il caffè del Nicaragua equo e solidale, per esempio, è nato come iniziativa a favore della rivoluzione sandinista», spiega a Libero Anna Bono, docente di Storia e Istituzioni dell'Africa all'Università di Torino, oltre che direttore del Dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di Studi su Popolazione Ambiente e Sviluppo.

Quando lo ha scritto, sul sito Ragionpolitica.it, le è arrivata una valanga di lettere di protesta, che in realtà confermavano, anzi rafforzavano, la sua tesi: «II commercio equo importa anche da Cuba e fanculo ai vostri embarghi e alle vostre guerre "giuste" di merda!», reagiva uno dei sostenitori del mercato buonista. Aveva colto nel segno quella critica.

Bertinotti sponsor

I fatti lo hanno dimostrato quando - grazie al presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, di Rifondazione comunista e notorio amico di Fidel Castro - i prodotti equi e solidali sono sbarcati anche alla buvette di Montecitorio.

Ma, per le avanguardie proletarie, i poveri sono poco più che leve per abbattere il capitalismo, non certo per risolverne le contraddizioni.

Infatti, «con il commercio equo e solidale si integra appena un'economia di sussistenza e le persone che ne dipendono non riescono nemmeno a comprarsi gli occhiali con quel che guadagnano», commenta un'ancora più scettica Anna Bono: «Ma non è certo quello il metodo per affrontare i cambiamenti strutturali necessari per superare la povertà».


Libero del 9 dicembre 2006