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Inserito il 9-12-2006  
Né equo né solidale né ecologico. L’Economist contro lo shopping no global
Carlo Stagnaro


Il cittadino socialmente responsabile che mangia biologico, compra equo e solidale e si rifornisce al negozio all’angolo danneggia se stesso, il prossimo e l’ambiente.

Lo sostiene l’ultimo numero dell’Economist che dedica la copertina alla questione della crescente disponibilità dei consumatori a pagare un premio sui beni alimentari in cambio della rassicurazione che, così facendo, stanno contribuendo alla salvezza del mondo.

Il primo dei fenomeni preso in esame è l’agricoltura biologica, un business da trenta miliardi di dollari. Essendo meno produttiva rispetto a quella convenzionale, a parità di raccolto essa richiede un uso più estensivo del suolo.

Tra il 1950 e il 2000, la produzione globale è triplicata, ma l’estensione della terra coltivata è cresciuta solo del 10 per cento: senza l’aiuto della chimica, anch’essa avrebbe dovuto triplicare.

Il secondo caso è quello del commercio equo e solidale, il cui giro d’affari è salito nel 2005 del 37 per cento, raggiungendo 1,4 miliardi di dollari. I consumatori pagano un prezzo superiore a quello di mercato per aiutare gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo.

Quattro sono le obiezioni dell’Economist: in primo luogo, l’aumento dei prezzi di beni come il caffè ne incoraggia la coltivazione, contribuendo così ad abbassare ulteriormente i prezzi di mercato e disincentivando la diversificazione. Quindi, per aiutare alcuni agricoltori, si fa del male a tutti gli altri.

Inoltre, la certificazione equa e solidale viene di norma concessa sulla base di pregiudizi politici, e in particolare tende a favorire le cooperative, escludendo le imprese familiari.

Terzo, l’esistenza di un prezzo minimo allenta la tensione verso il miglioramento delle pratiche agricole. Infine, solo il 10 per cento della rendita equa e solidale va ai presunti beneficiari: il resto rimane a distributori e rivenditori.

L’ultimo esempio è quello dei cibi prodotti localmente (spesso non biologici, peraltro), che potrebbe avere un impatto ambientale negativo. Alla riduzione delle distanze corrisponderebbe un aumento dei viaggi e dei volumi, e dunque delle emissioni.

Anche i consumatori, i cui movimenti sarebbero circa la metà dei chilometri percorsi dal cibo lungo l’intera filiera, andrebbero da un negozio all’altro rinunciando all’opportunità di acquistare tutto nello stesso supermercato.

La conclusione dell’Economist è che i grandi problemi, dall’inquinamento alle disparità sociali, non si possono risolvere semplicemente mutando il modo di far shopping.

I veri cambiamenti – dice il periodico britannico – richiedono decisioni dei governi, come una carbon tax globale; la riforma del commercio internazionale; e l’abolizione delle tariffe e dei sussidi all’agricoltura, soprattutto la mostruosa politica agricola comune (Pac) europea”.

In pratica, l’Economist offre due suggerimenti contraddittori: da un lato chiede meno stato, dall’altro più stato.

Sul fronte della liberalizzazione, è indubbio che solo l’apertura dei mercati può aiutare il mondo in via di sviluppo a risollevarsi.

La stessa Pac – sussidiando gli agricoltori europei, fermando alla frontiera le merci straniere, e distribuendo sottocosto le produzioni in eccesso nei paesi concorrenti – è un importante vettore di depressione dei prezzi sui mercati globali, pur mantenendoli artificialmente alti nell’isola europea.

Il risultato è disastroso: si calcola che una maggiore libertà di scambio potrebbe far crescere del 5 per cento il pil africano.

In base alla stessa logica, però, bisognerebbe essere scettici verso l’introduzione di nuove tasse sulle emissioni di gas serra: l’esperienza, anche in relazione alla domanda di terreni agricoli, mostra che il settore privato e il mercato libero sono assai più efficienti e innovativi dell’interventismo pubblico.

Quindi, un incremento delle imposte finirebbe per sottrarre risorse alle imprese e, in ultima analisi, limitarne la capacità di investire in ricerca e sviluppo. L’eccesso di regolamentazione, più che un toccasana, è fonte di guai.

Sebbene la terapia proposta dall’Economist sia discutibile, la diagnosi è corretta: quelle pratiche commerciali che vengono brandite come moralmente superiori hanno in realtà conseguenze inintenzionali assai fastidiose. Seguirle è più snobismo politico e vezzo da ricchi che gesto concreto a favore dei poveri.

Non necessariamente chi più spende meno spende: anzi, in questo caso potrebbe appartenere alla quarta tipologia umana di Carlo Maria Cipolla, quella di chi causa un danno agli altri subendo egli stesso una perdita.


Il Foglio del 9 dicembre 2006