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Inserito il 11-12-2006  
Berlusconi e l’avversione alle oligarchie
Federico Punzi


Nella realtà italiana quegli “ambienti” cui si riferisce Della Loggia possono davvero essere definiti delle élite, o piuttosto non sono che oligarchie parassitarie? Tra i capi e il popolo del centrodestra, avrebbe dimostrato la manifestazione di sabato a Roma, c’è il vuoto, ha sostenuto il professore Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.

Nessun intellettuale, nessun esponente dell’industria e della finanza, o dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro o delle professioni. Un popolo “vero”, ma senza “corpi intermedi” che facciano da cinghia di trasmissione con i suoi capi, i quali “riescono sì a portare alle urne e a mobilitare il “popolo”, cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi “ambienti”, fino ad assumerne un’organica rappresentatività”.

Un conto, sembra dire l’editorialista del Corriere, è essere subalterni alle elite, altra cosa è disprezzarle. Si finisce per dar corpo a una politica populista “che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia”. E qui vengono le responsabilità di Berlusconi, che non ha saputo, tra il Dna cattolico e quello post-fascista, elaborare nuova cultura politica, “probabilmente perché politicamente sprovvisto di una qualunque vera idea forte”.

La rivoluzione liberale è così rimasta una formula”, poi il “partito di plastica”eccetera eccetera. C’è del vero in questa analisi, sarebbe sciocco non riconoscerlo, ma è anche indubbio che quel passaggio di Tremonti sui “salotti” ha suscitato la reazione dei quotidiani che di quei salotti sono espressione. 

Da tutt’altra ottica vede le cose Massimo Teodori, su il Giornale, che nella manifestazione di sabato vede un popolo forse un po’ “sempliciotto”, ma maturo politicamente, che chiede di consolidare una politica “fondata su una chiara scelta di campo, con il centrodestra o con il centrosinistra, con il governo o con l’opposizione... scevra da barocchismi, per scelte non trasformistiche, vale a dire in favore di un bipolarismo istituzionale quale i politici non sono fin qui riusciti ad imporre”.

Non rimane che “formalizzare” con coerenti meccanismi istituzionali il sistema politico che da oltre dieci anni i cittadini mostrano di volere: “Primo, che alle elezioni vi siano due scelte politiche che permettano con il voto di decidere chi debba governare e chi debba stare all’opposizione. Secondo, che alla testa d’ogni raggruppamento vi sia uno ed un solo leader che simboleggi lo spirito di tutti coloro che si schierano da una parte”.

Letta in questo modo, ciò che Della Loggia interpreta come populismo, in Teodori diventa voglia di bipartitismo e presidenzialismo all’americana. Probabilmente c’è del vero in entrambe queste letture.

Nel senso che nella società italiana, a destra come a sinistra, ribolle un magma rilevante di istanze liberali, frutto di un’idea della politica ormai deideologizzata, più vicina persino a una concezione pragmatica e semplificata di stampo anglosassone. Istanze magari inconsapevoli, magari espresse rozzamente, che non riescono a riconoscersi in questo confuso e autoreferenziale sistema politico, né a trovare una stabile forma di rappresentanza.

Forse, nella maggior parte dei casi, l’ostilità verso le tasse non è mancanza di spirito civico, ma istinto di autodifesa da uno Stato troppo invasivo. Forse, nella maggior parte dei casi, si rifiuta la flessibilità perché si ha l’inconsapevole percezione che a sottostare alle regole del libero mercato sono sempre i soliti outsider e non i tanti privilegiati. E’ nell’interpretare e nel dare forma a queste istanze che la politica fallisce.

Berlusconi, nell’aver mancato la clamorosa occasione per una “rivoluzione thatcheriana” all’italiana, finendo per scadere nel populismo; i leader del centrosinistra, nell’immobilismo, preferendo gestire il potere piuttosto che affrontare con coraggio la sfida culturale di far innamorare il loro popolo del libero mercato.

Ma quando Della Loggia critica Berlusconi perché non ha saputo costruire un rapporto con l’establishment (è così che si chiama?), gli sta forse rimproverando di essere incapace di ragionare in termini di egemonia? Perché se così fosse, sarebbe un complimento, più che una critica.

Poiché un conto è saper elaborare e promanare cultura politica (e Berlusconi si è dimostrato incapace di farlo), ben altro discorso - e ben poco liberale - è esercitare un’egemonia gramscianamente intesa.
 
Nella realtà italiana quegli “ambienti” cui si riferisce Della Loggia possono davvero essere definiti delle élite - delle quali in ogni democrazia è auspicabile che la politica si avvalga - o piuttosto non sono che oligarchie parassitarie le quali, esse per prime, sono scollate dal “popolo” e spremono il paese?

Dalla risposta a questa domanda dipende evidentemente anche il giudizio sull’incapacità di Berlusconi e del centrodestra a rappresentare certi “ambienti”: difetto o pregio?

Nel caso in cui appaiano fondati gli argomenti di Della Loggia, ma allo stesso tempo si abbia una lettura della realtà italiana in termini oligarchici, non si potrebbe che giungere alla conclusione che a Berlusconi possiamo imputare tutta una serie di errori e fallimenti, ma non il populismo, non il difetto di non aver rappresentato, e di non rappresentare ancora oggi, l’anti-sistema, l’anti-regime, l’anti-quel blocco sociale “capitale-lavoro”, “Confindustria-Sindacati-Banche-Partiti”, che sta condannando questo paese al declino.

Se Della Loggia ha ragione, e se il regime c’è, Berlusconi non sta dalla parte del regime.


L'Opinione dell'8 dicembre 2006