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Inserito il 11-12-2006  
Baker fa pagare a Israele il prezzo di un gioco d’azzardo con Siria e Iran
Carlo Panella


Damasco trionfa, Gerusalemme si preoccupa, Ramallah e Beirut s’interrogano: il rapporto Baker premia infatti in pieno la politica di padrinato al terrorismo di Bashar el Assad e propone esplicitamente che si paghi la collaborazione di Siria e Iran alla pacificazione dell’Iraq a spese di Israele, imponendogli una drastica diminuzione della sua sicurezza.

L’unica merce di scambio da offrire a Damasco e Teheran nella trattativa auspicata, com’è ovvio, è la restituzione delle alture del Golan e la tolleranza nei confronti dei progetti nucleari iraniani. Ed esattamente questo Baker auspica, non dando segno di essersi accorto che oggi Damasco appoggia la piazza che tenta di abbattere il governo Siniora né che dal Golan restituito alla Siria i guerriglieri di Hezbollah e di Hamas saranno liberi di tirare razzi sulla Galilea sottostante.

Quanto all’atomica iraniana e alla volontà di Ahmadinejad di distruggere Israele, il rapporto è confuso e predica soltanto pazienza. Mai nella storia, dopo Monaco nel 1938, la rivendicata politica di appoggio al terrorismo messa in atto da due stati (Iran e Siria) è stata legittimata e premiata da un atto ufficiale di una grande nazione, come in questo caso.

Il rapporto tace sul punto, ma non si può certo chiedere a Bashar el Assad di aiutare gli Stati Uniti in Iraq e poi mandargli sotto processo il fratello e il cognato per l’uccisione di Rafiq Hariri; niente processo dell’Onu, quindi, e sostanziale via libera al nuovo governo libanese con diritto di veto a Hezbollah.

Il tutto, all’insegna di un attaccamento alla propria biografia, perché questo rapporto replica esattamente lo schema che Baker attuò quando era segretario di stato di Bush padre, e regalò a Hafez el Assad il controllo del Libano e all’Iran la fine di ogni azione di contenimento.

E’ lo schema classico della lobby del petrolio americana che dal 1947 a oggi vede con fastidio Israele – di cui tentò di impedire la nascita – e punta a un accordo a ogni costo con gli arabi. E’ una lobby trasversale che trionfò con Eisenhower e Carter, che fu più contenuta con Nixon e Reagan e Clinton, che fu sconfitta con Truman. Una lobby che ha addirittura inserito nel rapporto quel cenno al “diritto al ritorno dei palestinesi in Israele” che pure era stato spazzato via già dall’accordo di Oslo del 1993.
Musica per le orecchie di Hamas.

Questo rapporto è inconcludente, ma ottiene un risultato: squalifica agli occhi degli interlocutori mediorientali l’azione che Condoleezza Rice conduce da mesi – in raccordo con Ehud Olmert – per rafforzare Abu Mazen e isolare Hamas. L’offensiva di Hezbollah e Hamas dal Libano e da Gaza del luglio scorso, sommata al dinamismo iraniano, ha infatti spinto Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Kuwait ed Emirati – col discreto supporto della Turchia – a costruire un “fronte antisciita”, che si applichi nel punto in cui più forte è l’iniziativa avversaria: la Palestina.

Abu Mazen ha così accumulato un forte consenso arabo alla sua imminente decisione di dimettere il governo Hanyeh, dopo il rifiuto di Hamas di riconoscere Israele. Lo stesso, identico schieramento fornisce il massimo supporto a Fouad Siniora e al fronte 14 marzo in Libano.

Ora, però, Baker mostra al mondo che gli Stati Uniti sono divisi e che se Abu Mazen e Siniora decidono la prova di forza contro la pressione terrorista siro-iraniana, ci sarà sempre qualcuno a Washington che potrebbe svenderli.

Uno schema irresponsabile, che replica l’errore già compiuto da Baker nel 1991, quando fece chiamare alla rivolta da George Bush padre gli sciiti iracheni e poi lasciò che Saddam li massacrasse. Allora Baker parve non essersi accorto che l’Urss era sparita e che quindi gli Usa e Desert Storm potevano liberamente prendere la tutela di un Iraq, impedendo l’espansione iraniana.

Oggi, non si rende conto che l’asse del Jihad tra Teheran e Damasco ha ormai accumulato una massa critica da piccola “superpotenza islamica” e che è disposto a trattare solo sui tempi, non sul suo scopo strategico: distruggere Israele.


Il Foglio dell'8 dicembre 2006