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Inserito il 14-12-2006  
Italiani rapiti in Nigeria: bisogna liberarli in fretta
Anna Bono


Sono ancora in mano ai rapitori gli italiani - un dirigente dell'Eni e due funzionari di una società subappaltatrice - sequestrati in Nigeria dal Mend, Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger.

Il 7 dicembre si trovavano nell'impianto di pompaggio Brass della compagnia italiana Agip, situato al largo delle coste dello Stato di Bayelsa nella regione del Delta del Niger, quando gli uomini del Mend, a bordo di alcune imbarcazioni, hanno raggiunto la piattaforma e l'hanno attaccata riuscendo a catturare, oltre a loro, anche un impiegato libanese di una compagnia di catering.

Non si esclude che al successo dell'impresa, realizzata malgrado le crescenti misure di sicurezza poste a protezione di tutte le strutture petrolifere dell'area da quando attentati e attacchi del genere hanno assunto frequenza quasi settimanale, abbia contribuito la complicità di parte del personale autoctono, se non addirittura di alcune delle guardie che custodiscono l'impianto giorno e notte.

Più che all'emancipazione del Delta del Niger, dove si concentrano i giacimenti di petrolio che fanno della Nigeria il primo produttore di greggio dell'Africa subsahariana, il Mend mira innanzitutto alla supremazia degli Ijaw, l'etnia maggioritaria nel Bayelsa.

In realtà poi il Mend, così come gli altri gruppi armati della regione, a loro volta espressione di altrettante etnie, è un insieme eterogeneo di militanti: in parte comuni delinquenti, che dai sequestri intendono semplicemente ricavare denaro per vivere e armarsi, in parte attivisti politici che protestano perché il grosso dei proventi dell'industria estrattiva prende la via del governo centrale della federazione nigeriana lasciando privi di tutto gli abitanti del Delta. Nel gruppo che ha rapito i nostri connazionali sembra prevalere questa seconda componente.

I miliziani Mend hanno infatti posto come condizione per la loro liberazione il rilascio di alcuni politici Ijaw ora in carcere, tra cui l'ex-governatore del Bayelsa arrestato mesi or sono con l'accusa di corruzione, e di Asari Dokubo, leader di un altro movimento armato, il Niger Delta Peoples Volunteer. Vogliono inoltre l'assicurazione che, alle elezioni del 2007, i candidati alla carica di governatore del Bayelsa siano originari della regione, a garanzia di un sincero impegno in favore delle popolazioni locali.

È proprio l'approssimarsi degli appuntamenti elettorali ad alzare il livello di tensione.

Il prossimo aprile i cittadini del più popoloso Paese africano (circa 130 milioni di abitanti, 95 milioni di elettori) saranno chiamati a scegliere il nuovo presidente della federazione e i governatori dei 36 Stati che la compongono.

Olusegun Obasanjo, l'attuale presidente nativo del sud, di etnia Yoruba e di religione cristiana, non ha ottenuto la richiesta modifica costituzionale che gli avrebbe permesso di concorrere a un terzo mandato (la Costituzione ne concede solo due a persona) e quindi è escluso dalla competizione.

Il conseguente conflitto all'interno del suo partito, il Partito democratico popolare, per la scelta dei candidati a succedergli può favorire il nord, popolato da etnie tradizionalmente dedite alla pastorizia e di fede islamica, da sempre in conflitto con il sud agricolo, di religione cristiana e animista.

Gli islamici aspirano a un presidente che li rappresenti e nei 12 Stati in cui è stata adottata la shari'a, la legge coranica, i più ortodossi lottano anche per assicurare una continuità ai governi integralisti affermatisi a partire dal 1999.

Come accade spesso in Africa, partiti e schieramenti si preparano a neutralizzare gli avversari con ogni mezzo.

Quest'anno, per sbarazzarsi dei concorrenti, sembrano propensi a servirsi di un'arma insolita: si tratta dell'accusa di corruzione (peraltro più che credibile, dato il contesto) che ha già permesso di sospendere dalle funzioni, incarcerare e portare in tribunale numerosi governatori e leaders di primo piano, tra cui appunto il governatore del Bayelsa di cui il Mend reclama la liberazione.

In tutta la Nigeria, non solo nel sud, si assisterà probabilmente a un crescendo di violenza, almeno fino alla conclusione del processo elettorale.

Scontri cruenti si sono già verificati negli Stati in cui è stato chiesto l'impeachment dei governatori denunciati per corruzione, particolarmente gravi in quello sud occidentale di Ikiti e in quello settentrionale di Plateau; e nel Benue, un altro Stato settentrionale, gli scontri tra i sostenitori dei candidati, in occasione delle primarie per le elezioni parlamentari che si terranno a giugno, si sono conclusi con un morto e numerosi feriti.

Per questo c'è da sperare che la vicenda degli italiani rapiti si concluda al più presto: la vita non vale molto in Nigeria e poi, di questi tempi, il destino dei dipendenti, per giunta occidentali, di una compagnia petrolifera di certo non commuove le masse neanche da noi, come dimostra la limitata partecipazione all'evento da parte di quegli stessi mass media che invece seguirono ora per ora la sorte degli italiani sequestrati in Iraq.

In fin dei conti sono al soldo delle multinazionali più odiate dai partiti di sinistra e dal movimento no global: complici di chi - secondo i luoghi comuni da cui siamo sommersi - sfrutta i poveri e li rende sempre più derelitti e inquina l'ambiente con un prodotto che, dall'estrazione al consumo, non fa che danneggiare l'ecosistema.


Dal sito www.ragionpolitica.it