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Inserito il 30-12-2006  
Guerra all'Islam fondamentalista. In Somalia ci pensa, finalmente, l'Etiopia
Anna Bono


Con la presa di Mogadiscio si conclude la prima fase della controffensiva sferrata da oltre una settimana dal governo di transizione somalo, che da giorni era praticamente sotto assedio nella capitale provvisoria, Baidoa, minacciato dalle milizie dello schieramento antigovernativo noto come Unione delle Corti Islamiche.

Le istituzioni di transizione, nate in esilio nel 2004 in Kenya dopo lunghi negoziati ai quali hanno partecipato i maggiori organismi internazionali, si erano trasferite in patria nel 2005. Quasi subito però si erano riaperte le ostilità tra quegli stessi clan e lignaggi che sembravano aver raggiunto un accordo accettabile in merito alla composizione di parlamento e governo (ovvero alla spartizione di seggi e ministeri).

Alcuni lignaggi, accomunati dall'adesione a una concezione fondamentalista dell'Islam, si sono coalizzati contro le autorità di Baidoa dando vita all'Unione che nel giugno del 2006 ha conquistato l'ex capitale, Mogadiscio, e poi si è impadronita del porto di Kisimayo, della città di Jowhar e di numerosi altri centri minori.

Nelle scorse settimane l'Etiopia ha inviato truppe e mezzi militari in aiuto al governo somalo ed è grazie ad Addis Abeba se le milizie dell'Unione sono state costrette ad arretrare, incalzate dall'aviazione etiope che il giorno di Natale ha bombardato anche l'aeroporto di Mogadiscio e quello di Baledogle, situato 100 chilometri a nord-ovest dell'ex capitale.

Oltre a Mogadiscio, i soldati governativi hanno ripreso il controllo di Jowhar e di numerose località minori, incluse quelle di rilevanza strategica situate in prossimità della nuova capitale Baidoa e lungo la principale arteria che collega quest'ultima a Mogadiscio.

Intanto la diplomazia internazionale si è attivata e, al di là dell'andamento dei combattimenti, è estremamente interessante seguirne gli sviluppi.

L'Unione Africana, per una volta, ha preso subito posizione senza ambiguità, giudicando del tutto legittima la decisione del premier etiope Meles Zenawi di intervenire militarmente, in considerazione del fatto che le Corti Islamiche hanno lanciato un appello internazionale al jihad contro Addis Abeba come risposta al sostengo che quest'ultima ha offerto al governo somalo in pericolo.

Patrick Mazimhaka, vicepresidente dell'organismo panafricano, annunciando una riunione straordinaria per discutere del caso somalo, ha inoltre riconosciuto che l'Unione Africana «non ha reagito né in tempo né adeguatamente nel far fronte al deteriorarsi della situazione, malgrado i continui moniti e richiami in tal senso avanzati dal governo di Addis Abeba»   (Associated Press, 26 dicembre).

Poi però la riunione straordinaria convocata il 27 dicembre ha prodotto un documento in cui si chiedeva il ritiro delle truppe etiopi dal territorio somalo. Un'analoga richiesta è stata fatta nelle stesse ore dalla Lega Araba, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, riunito d'urgenza sempre il 27 dicembre, nonostante l'esortazione dell'inviato speciale Onu per la Somalia, il guineano François Lonseny Fall, a chiedere la fine immediata dei combattimenti, non ha raggiunto un'intesa su una proposta di risoluzione che intimava all'Etiopia il ritiro immediato delle sue truppe.

L'indecisione espressa dal Consiglio di Sicurezza è già qualcosa, ma anche un'autocritica sarebbe opportuna, e doverosa, da parte delle Nazioni Unite, che in sostanza finora non hanno mosso un dito per fermare l'Unione delle Corti Islamiche pur essendo quello somalo un evidente, indiscutibile caso di aggressione ai danni di un governo legittimo, benché di transizione e non eletto, senza contare che le Corti sono accusate di complicità con il terrorismo islamico internazionale ed esiste il fondato timore che una loro vittoria possa trasformare l'ex colonia italiana in una base strategica di Al Qaeda e dei suoi alleati.

Inoltre il rapporto degli esperti Onu presentato al Palazzo di Vetro a novembre ha rivelato che le Corti Islamiche ricevono armi e denaro da Gibuti, Egitto, Iran, Libia, Arabia Saudita, Siria e milizie sciite libanesi Hezbollah.

Già nel 2005 il presidente somalo Abdullahi Yusuf Ahmed aveva sollecitato l'invio di una missione delle Nazioni Unite, sostenendo che per rendere davvero sicura la Somalia sarebbero stati necessari non meno di 20.000 caschi blu. Non ha ottenuto neanche la parziale sospensione dell'embargo sulle armi per consentire ai propri militari di armarsi contro le Corti.


Dal sito www.ragionpolitica.it