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Inserito il 12-2-2007  
Lettera al Direttore
Giuseppe Quarto


Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questo appello, che ci trova ovviamente in completo accordo.

Chi fosse interessato a contattare il signor Quarto è pregato di scrivere al seguente indirizzo: redazione@essereliberi.it. Sarà nostra cura dare tutti i dati necessari.

La Redazione

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Sig. direttore,
sono un piccolo imprenditore e le invio questo sfogo che mi viene dal cuore. Sono stufo di essere trattato come un nemico delle società, invece della colonna portante della stessa. Prenda a cuore anche lei il problema.

Se è d’accordo con quello che le scrivo, la prego di volerla pubblicare sul suo giornale come lettera al direttore.

Sto lavorando affinché tutte le associazioni di categoria insieme  e senza gelosie, organizzino un convegno con esclusione dei politici, per parlare di questi problemi e che da questo convegno di tutte le categorie venga un forte comunicato di contrasto al governo, con la precisa indicazione che si rigettano tutte le maggiori imposizioni burocratiche e fiscali.

A quanto mi risulta, pochi quotidiani anno dato rilievo alla notizia (trasmessa dall’agenzia Ansa) che a fine ottobre 2006 il debito pubblico è aumentato di ben 90,1 miliardi di euro. Credo che questo dato debba farci riflettere, poiché va associato sia al boom delle entrate tributarie (34 miliardi di aumento) sia alla nuova manovra finanziaria (intorno ai 40 miliardi).

Facendo due semplici conti e collegando le maggiori entrate erariali e l’accresciuto deficit è evidente come quest’anno lo Stato a speso ben 124 miliardi in più che in passato, ma dichiara di non aver soldi quindi si deve ancora aggiungere quella parte della manovra finanziaria – certo preponderante – che si tradurrà non in tagli, ma in aumenti delle imposte, centrali o locali, sempre che il 2007, a dispetto delle imposte crescenti, non veda anch’esso aumentare ulteriormente il debito pubblico: cosa che è altamente probabile, guardando a ciò che è successo negli ultimi 20 anni.

In pratica i politici stanno saccheggiando le nostre tasche e il nostro futuro.

Caro direttore, non conviene con me che a questo ritmo tra sei o sette anni l’Italia sarà pronta a seguire il destino dell’Argentina?

Da queste cifre è evidente che fino ad oggi i nostri governi sono stati incapaci di gestire l’economia e che quindi è urgente correre ai ripari, se non vogliamo che i nostri risparmi e i nostri beni finiscano in polvere. È insomma opportuno che tutte le categorie imprenditoriali, con a capo le loro associazioni e i loro rappresentanti, prendano in mano la situazione e tolgano ai politici il potere di spendere e distruggere la nostra economia.
Non mi permetto di dare soluzioni (anche se qualche idea l’avrei), ma è opportuno che immediatamente si studi a fondo la situazione: non c’è più molto tempo.

La politica deve essere al servizio dei cittadini e derivare da questi ultimi la sua legittimazione. Al contrario, oggi siamo troppo spesso sudditi di politicanti, burocrati e lazzaroni che vivono come parassiti sulle spalle dei ceti produttori. Essi si limitano a chiamarci ogni cinque anni alle urne, e ci obbligano a scegliere tra politici davvero troppo simili l’uno all’altro.

Il problema è che mentre i ceti produttivi diminuiscono, le sanguisughe aumentano.
Al fine di giustificare assurdi aumenti delle tasse e dei controlli, in questi giorni si fa un gran parlare di evasione fiscale. Ma l’argomento più importante è come i politici e burocrati spendono i nostri soldi.

L’Italia è ormai afflitta dalla malattia cronica della spesa ed è oppressa da una burocrazia parassitaria che la corrode in ogni sua fibra e che spreme oltre misura i ceti produttivi. Per questo, essa è incapace di fare un passo indietro per dare alla nostra economia una nuova spinta, tale da avvicinarla alle società più progredite dell’Europa.

Mentre da noi si parla da anni di migliorare i servizi e per questo servono nuove tasse, Irlanda, Spagna, Inghilterra e Portogallo hanno diminuito le tasse alle imprese e introdotto regole flessibili che hanno fatto di queste nazioni le nuove “tigri d’Europa”. In Francia in questi giorni il presidente ipotizza una imposizione alle aziende massimo al 20%.

Noi imprenditori dobbiamo essere consapevoli che se le stesse regole fossero applicate da noi anche la nostra economia conoscerebbe un analogo boom.

Bisogna quindi reagire! E cambiare in fretta: comprendendo che nessuno ci regalerà mai la nostra libertà. Sta a noi conquistarla. Sta a noi alzare la testa di fronte allo Stato e non subire più passivamente arbitrii e sopraffazioni.

Per questo invitiamo quanti ritengono che la libertà d’impresa e di contratto sia un diritto inalienabile della persona a prendere contatto con i colleghi e le associazioni di categorie, agendo al più presto per bloccare una situazione che sta rapidamente incancrenendo.
Bisogna sconfiggere le tesi secondo cui lo Stato deve pensare a tutto.

È anzi fondamentale che si comprenda l’esigenza di lasciare gli individui sempre più liberi di contrattare, vendere e produrre: senza vincoli assurdi e costosi.

Voglio invitare i miei colleghi, a non subire più passivamente! L’Italia siamo noi imprenditori e i ceti lavoratori che creano vera ricchezza, e non certo i politici, i burocrati e gli sfaccendati. Da troppe parti è stato coltivato un ottuso odio ideologico verso l’imprenditore e ora questo sentimento è alla base di regole assurde che si vessano in ogni modo.

La nostra colpa maggiore, fino ad ora, è stata quella di essere pazienti. Per questo motivo ora dobbiamo organizzarci e mobilitare le nostre associazioni di categoria, affinché da pecore si sappia diventare leoni, e la si smetta di subire assurde angherie solo per quieto vivere.

Senza un’immediata azione di contrasto da parte nostra non ci può essere un futuro per l’Italia.

Svegliamoci: perdere un’ora di lavoro oggi significherà la tranquillità del domani.

Cordialmente

Giuseppe Quarto