Il falco è il nostro simbolo in quanto sintesi del nostro sentire
Home page Chi siamo gli Amici Contattaci
 
User
Password
» Iscriviti
» Ricorda Password
 
Dossier
Ambiente e Scienza
Amici di penna
Attualità
Biblioteca
Economia e Finanza
Europa
Fuoco amico
Giustizia
Guzzanti's Corner
La Chiesa e l'Islam
La mia Africa
Le spine di Opunzia
Nel Mondo
Scuola e Università
Società e cultura
Terza Pagina
Terza Pagina
Commenta l'articolo
Inserito il 4-11-2003  
Occidente e Islam: società aperte e società chiuse
di Francesco Perfetti


Nell'estate del 1989, Francis Fukuyama rese note una prima volta in un saggio pubblicato sulla rivista The National Interest, poi destinato a tradursi nel fortunato volume La fine della storia e l'ultimo uomo, le sue tesi, appunto, sulla "fine della storia".

In sostanza, egli sosteneva che la caduta del muro di Berlino implicava una conseguenza importante e cioè che il modello della liberaldemocrazia occidentale stava diventando la forma ultima di governo dell'umanità. La fine del comunismo, in altre parole, comportava la fine dell'era dei "conflitti ideologici" e, quindi, la "fine della storia".

Continuavano, naturalmente, a esistere fautori del marxismo-leninismo e, inoltre, taluni regimi che si ispiravano a questa filosofìa politica erano ancora in piedi, tuttavia la vittoria della democrazia liberale non era, in ogni caso, da mettersi in discussione. Il futuro sarebbe stato diverso: non più scontri di ideologie né guerre di natura ideologica, ma attenzione a cercare di risolvere problemi economici e tecnici. Un mondo, per così dire, armonico, con al più qualche guerra limitata, e, tutto sommato, abbastanza noioso.

Questo schema teorico - suggestivo anche per la fiducia che instillava in un mondo "unico e armonioso" destinato a succedere a quello turbolento della guerra fredda - fu al centro di una vivace polemica che dilagò, com'era naturale, oltre i confini della ristretta cittadella accademica e investì, con tutti i problemi di banalizzazione che tale fatto ovviamente comporta, i mezzi di comunicazione di massa dell'intero globo. Tale schema, peraltro, sembrò ben presto essere messo in crisi dalle dure leggi di una realtà che si rivelò tutt'altro che incline a piegarsi alle argomentazioni della filosofia politica.

L'idea della fine dei conflitti nell'epoca successiva alla guerra fredda venne smentita dalla moltiplicazione di guerre e guerricciole di natura etnica o nazionalistica, in molti casi così sanguinose e senza scrupoli di nessuna natura da far evocare, con frequenza, lo spettro del genocidio di intere popolazioni. Lo schema di Fukuyama si rivelava illusorio e debole, come pure illusorie e deboli si erano rivelate, già all'indomani dei conflitti mondiali, le aspettative o le speranze di una pace duratura che fosse in grado di bandire la guerra e fosse garantita dalle organizzazioni internazionali.

Alcuni anni dopo l'elaborazione dello schema teorico della "fine della storia", per l'esattezza nell'estate del 1993, un altro studioso americano, Samuel P. Huntington, pubblicò sulla rivista Foreign Affairs un bel saggio, anch'esso destinato a diventare un libro di successo con il titolo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, le cui tesi finirono per alimentare polemiche e discussioni così accese quali non si erano viste da tempo. Egli faceva notare che il crollo del comunismo e la conclusione della guerra fredda non avevano, affatto, portato con sé la "fine della storia". Esse, semmai, avevano provocato la tendenza a un riassestamento geopolitico mondiale in termini più "culturali" che "ideologici" o "economici".

Gli esseri umani definivano, ormai, la propria identità non più in base a una "ideologia politica" o in termini di appartenenza a un'area caratterizzata da un sistema economico quanto piuttosto riferendosi a connotati di tipo etnico: lingua, religione, tradizioni, costumi.

Quelli che possono essere individuati come "punti caldi" dello scacchiere internazionale erano andati concentrandosi lungo quelle che Huntington definisce le "linee di faglia" tra le civiltà. Secondo lo studioso americano, in tale situazione, i rapporti fra gruppi di civiltà diverse non sarebbero stati affatto cordiali, ma, al contrario, generalmente freddi e spesso ostili.

La conflittualità fra civiltà diverse avrebbe potuto assumere -a livello locale o microlivello - la forma di un "conflitto di faglia" tra stati limitrofi appartenenti a civiltà diverse e coesistenti all'interno di una stessa nazione o tra gruppi impegnati a edificare nuovi stati dalle macerie dei vecchi, ovvero a livello globale o macrolivello la forma di "conflitti fra stati guida" destinati a coinvolgere i principali stati delle diverse civiltà.

Il rapporto fra Islam e Occidente in questo quadro gli appariva definibile, e già da tempo, come un rapporto di "guerra fredda tra civiltà", una "guerra strisciante", negli ultimi due decenni tradottasi in uno scontro fra le azioni terroristiche, da un lato, e i raid aerei, dall'altro lato.

Gli ingredienti di base destinati ad alimentare la conflittualità sarebbero, a parere dello studioso americano, semplici: "II vero problema dell'Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l'Islam in quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono. Il problema dell'Islam non è la Cia o il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ma l'Occidente, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte del carattere universale della propria cultura e credono che il maggiore - seppur decrescente - potere detenuto imponga loro l'obbligo di diffondere quella cultura in tutto il mondo".

L'attacco terroristico dell'11 settembre alle Torri Gemelle di New York e gli avvenimenti che ne sono seguiti hanno, in un certo senso, messo alla prova i due schemi interpretativi.

La tesi di Fukuyama sulla "fine della storia" sembra, in prima approssimazione, smentita pur se lo studioso americano ha visto nel conflitto in atto la conferma della scomparsa di "guerre ideologiche" nascendo esso, a suo parere, dalle reazione di parti del mondo che si sentono minacciate dal processo di modernizzazione.

Sempre in prima approssimazione, invece, il secondo schema, quello di Huntington appare confermato, se non per altro almeno nella misura in cui le azioni terroristiche di Osama Bin Laden e i suoi appelli alla "guerra santa" contro l'Occidente hanno finito, proprio, per restituire a questo "un sentimento di identità comune basato sulla difesa".

Se proprio non si vuol parlare - per un qualche complesso nei confronti di un concetto che sembra evocare l'idea del conflitto di "scontro di civiltà" allo stato attuale dal momento che la comunità islamica appare tuttora profondamente divisa di fronte agli appelli dello sceicco - bisognerà almeno riconoscere che si è, di fatto, in presenza di uno scontro fra due modelli di società politiche, "società aperte" e "società chiuse". Il che non è, comunque, davvero poco. E questa distinzione fra "società aperte" e "società chiuse" riporta, naturalmente, al rapporto fra Stati Uniti ed Europa, da una parte, e il mondo islamico dall'altra.

Io credo che il concetto di "società aperta" sia il concetto che ci consente di ricondurre, proprio, Stati Uniti ed Europa - aldilà di ogni rilevabile differenza di natura storica, culturale, ideologica od anche religiosa - sotto un altro concetto unificante, il concetto di "Occidente". Esiste una identità comune dell'Occidente, aldilà di tutte le pur non secondarie distinzioni che hanno contraddistinto tanto la storia quanto i rapporti anche conflittuali fra le sue componenti.

Questa identità nasce e si caratterizza come la risultante delle molte e contrastanti forze che costituiscono il mosaico geopolitico che viene generalmente chiamato Occidente. E non ha molto senso, a mio parere, evocare tali differenze e tali contrasti, esasperarne la portata, esaltarne gli effetti perversi sia per alimentare divisioni sia, in definitiva, per porre l'accento su fenomeni di "microidentità". Quel che conta è proprio il fatto che il concetto di "Occidente" - visto nella sua latitudine semantica prima ancora che geografica - è un concetto che finisce per inglobare alcune idee che, nella realtà odierna, sono diventate un comune patrimonio di quella civiltà, che, appunto, potremmo chiamare occidentale: la "modernità, in primo luogo, e la "liberaldemocrazia", in secondo luogo.

L'Occidente, oggi, si definisce proprio sulla base di queste idee, che trovano la loro sublimazione nel concetto di "società aperta" e che si contrappongono a quelle delle cosiddette "società chiuse", a cominciare dalle società fondate sull'islamismo.

Lo scontro fra le "società aperte" e le "società chiuse"- che è, ormai in atto, anche se non lo si vuoi vedere - è una delle "astuzie della storia" di hegeliana memoria che dovrà servire a farci capire come sia necessario ricomporre tutte le molte - incontestabili e pur valide e storicamente importanti - distinzioni identitarie in una più forte e significativa sintesi identitaria che comprenda gli Stati Uniti e l'Europa.

Dagli Atti del Convegno organizzato dal Centro Studi F. De Sanctis di Roma - 29/31 Maggio 2001


Dal sito www.centrostudidesanctis.it