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Inserito il 5-11-2003  
Il Grande Inquisitore colpisce ancora
di Daniele Abbiati


Prima di tutto, non è una leggenda, ma un poema. Ivan dice al fratello: «Lo sai, Alëša, non ridere, ma io ho composto un poema, circa un anno fa. Se tu potessi perdere insieme a me ancora una decina di minuti, te lo racconterei, puoi?». Non l'ha scritto, Ivan, il suo poema, l'ha soltanto «tenuto a mente». E ora lo racconta, lo declama, per la prima e ultima volta. Una ventina di pagine dopo, tutto sarà finito. Non avremo ancora letto la metà de I fratelli Karamazov ma la fine è già lì, in quel fiore di letteratura (e filosofia, e politica) sbocciato nell'uggioso deserto spirituale e inciso con il bulino fin nei minimi particolari da Fëdor Dostoevskij. È il capitolo cinque del libro quinto: «II Grande Inquisitore».

Siviglia, XVI secolo. Ogni giorno finiscono al rogo decine di persone. Tra la folla s'aggira un uomo. È Cristo, è tornato (per la seconda ma non ultima volta...). La gente lo riconosce ancor prima che egli compia due miracoli, esulta al suo passaggio. Lo riconosce anche un vecchio, accompagnato dal suo seguito. È il Grande Inquisitore, appunto. Fra i due, prima sulla piazza, poi, scesa «la buia, calda e "irrespirabile" notte sivigliana», s'intavola un "dialogo a una voce". Cristo, infatti, non aprirà bocca. Muoverà le labbra soltanto quando l'altro avrà terminato il monologo. Per baciarlo. Allora il Grande Inquisitore dirà: «Va' via e non tornare più... non tornare più... mai, mai più!». Così Ivan conclude il suo poema: «E lo lascia andare "nelle scure piazze della città". Il prigioniero scompare».

Nel 1894, un decennio dopo l'uscita del libro, Vasilij Rozanov, fervente dostoevskijano, terminata l'analisi della cosiddetta «leggenda» (e il suo lavoro che rendeva omaggio a tutta la poetica del maestro s'intitola proprio così, La leggenda del Grande Inquisitore) dirà: «I secoli tornano a scorrere, i morti ritornano sotto terra e dinanzi ai nostri occhi appare di nuovo la piccola trattoria in cui i due fratelli un'ora prima avevano cominciato a parlare di vari inquietanti problemi. Ma, qualsiasi cosa dicano adesso, noi non staremo più ad ascoltarli. La nostra anima è colma di altri pensieri, e nelle orecchie continua a risuonare, distintamente, un canto mefistofelico che dall'alto, oltre le stelle, scende sulla nostra misera terra». Quel canto mefistofelico fatto di parole che pesano, e feriscono, e uccidono più delle pietre, non s'è mai zittito. È una nenia stressante, un rumore di fondo del quale non riusciamo a liberarci neppure tappandoci le orecchie.

Chi ha vinto, nella lotta fra Bene e Male? Davvero il Bene è tutto in uno e il Male tutto rìell'altro? L'ultima "parola" è il bacio o la cacciata? Da che parte sta Ivan? Da che parte sta, soprattutto, Dostoevskij? Domande che durano da oltre centovent'anni. Domande che ogni lettore può porsi. Domande che troviamo in un librino intitolato, ovviamente, La leggenda del Grande Inquisitore (Morcelliana, pagg. 98, euro 10). Fa parte della collana «Uomini e profeti» che ripropone i cicli monografici realizzati dall'omonima trasmissione di cultura religiosa di Radio Tre, curata da Gabriella Caramore. Con lei discutono in questo caso il giurista Gustavo Zagrebelsky, il biblista Piero Stefani, il filosofo Sergio Givone, il docente di storia della teologia Pier Cesare Bori.

Il poema di Ivan è un terreno impervio e scivoloso. Interpretandolo alla lettera è semplicemente il contrasto fra il cristianesimo in primissima persona e il cattolicesimo romano, il gesuitismo che condanna senza appello. Ma per bocca dell'Inquisitore parla il Potere in ogni sua forma, il Leviatano che veste panni compassionevoli. Egli vuoi mandare Cristo al rogo («Domani ti farò bruciare», dice) perché la sua eresia è stata la peggiore di tutte: fare all'uomo un dono che si trasforma, non appena accettato, in un fardello mortale. Questo dono è la libertà.

Il mondo ha dimostrato, nei quindici secoli trascorsi dalla venuta del Figlio di Dio, di non saperla gestire. La libertà ha assunto le forme della schiavitù: il libero arbitrio è una palla al piede. L'umanità, invece, ha bisogno di certezze, ha bisogno che qualcuno si accolli il peso della libertà al suo posto, che la liberi dalla libertà. L'Inquisitore dice: "Noi abbiamo tolto il fardello dalle spalle dell'umanità e l'abbiamo caricato sulle nostre, noi abbiamo concesso all'umanità la possibilità di peccare per poi magnanimamente perdonarla, noi ci siamo accollati l'onere di governarla procurandole le tre cose di cui necessita, cioè pane, miracoli e autorità, mentre Tu, Cristo, l'avevi gettata nella disperazione".

«Tra i tanti commenti alla Leggenda del Grande Inquisitore -commenta Zagrebelsky - ce n'è anche uno di uno scrittore americano, Richard A. Posner, uno dei fondatori degli studi che si denominano di "Diritto e Letteratura", il quale "americanizza" il problema e, se posso permettermi di dire, lo banalizza, riducendo il problema della libertà a quello della scelta "tra questo e quello", come se fosse una scelta di tipo economico, mercantile, utilitaristico: mi conviene una cosa oppure un'altra». Mentre la libertà di cui parla l'Inquisitore non è una scelta di campo, ma la scelta, in ultima analisi, fra la vita e la morte. Poco dopo, tuttavia, lo stesso Zagrebelsky afferma: «Sì, c'è una dignità nel Grande Inquisitore». E ricorda la posizione di Lukàcs il quale «avendo iniziato dall'ideale di un Cristo "non oggettivato" o istituzionalizzato, simile al Cristo della "Leggenda", con l'adesione al marxismo rivoluzionario leninista perviene a uno "jehovismo" analogo a quello dell'Inquisitore, con tanto di commissari del popolo al posto dei sacerdoti».

Stupefatto per la conclusione l del poema raccontato dal fratello, con quel bacio e quella cacciata del prigioniero che si allontana, Alëša, ancora pendendo dalle labbra di Ivan, chiede: «E il vecchio?». «Il bacio - è la risposta - gli brucia nel cuore, ma il vecchio rimane fedele alla sua idea». Fedele all'idea, fedele alla linea, e con un peso sul cuore. Il bacio di Cristo, simmetrico e contrario a quello di Giuda, non è l'assoluzione ma la sospensione della pena. Una pena che il Potere, nel frattempo, fa scontare a tutti noi.

Da Il Giornale del 26 Ottobre 2003


Da Il Giornale del 26 Ottobre 2003